Dissesti idrogeologici in aree a particolare valenza culturale: monitoraggio e valutazione del rischio nell’area del Monte alle Croci (Firenze)
PARTE III - Valutazione del rischio idrogeologico
11.1. Valutazione dell’intensità
11.2. Valutazione della pericolosità
11.3. Identificazione degli elementi a rischio e del loro valore
11.4. Valutazione della vulnerabilità
11.5. Rischio specifico e totale
11.6. Rischio accettabile e stima del rischio
12.
Analisi della pericolosità
12.1. Pericolosità dei movimenti superficiali
12.2. Pericolosità dei movimenti profondi
13.
Valutazione degli elementi a rischio e della vulnerabilità
14. Valutazione del rischio specifico
Con
riferimento alla più recente letteratura nazionale e internazionale in tema di
rischi derivanti da fenomeni naturali, vengono qui sintetizzati i principali
concetti relativi alla valutazione della pericolosità e del rischio, con
particolare riferimento alle situazioni indotte da fenomeni idrogeologici
potenzialmente distruttivi. Innanzitutto occorre definire le diverse variabili
con cui si deve operare nella valutazione del rischio: per le relative
definizioni si sono tenuti quale riferimento i lavori di CANUTI & CASAGLI
(1996) e di CRUDEN & FELL
(1997).
a)
Intensità (I): grado di severità con il quale si verifica o si può verificare il
fenomeno. La sua espressione è funzione del tipo di fenomeno.
b)
Pericolosità (H): probabilità
che un fenomeno di data intensità si verifichi all’interno di definiti limiti
spaziali e temporali. Si esprime in termini di probabilità annuale.
c)
Elementi a rischio (E): insieme dei beni esposti agli effetti del
fenomeno (vite umane, attività economiche, edifici, infrastrutture, reti di
servizio, ecc.). È preferibilmente espresso in termini di valore economico (valore
degli elementi a rischio, W).
d)
Vulnerabilità (V): grado di perdita prodotto su un certo elemento a
rischio dal verificarsi del fenomeno. Si esprime in una scala da 0 (nessuna
perdita) a 1 (distruzione totale).
e)
Rischio specifico (RS):
grado di perdita atteso quale conseguenza di un fenomeno avente pericolosità H.
Può essere espresso come RS=H·V
e in termini di probabilità annua.
f)
Rischio totale (R): atteso ammontare dei danni subiti (espresso
preferibilmente in termini di valore economico, coerentemente con la
determinazione degli elementi a rischio), quali conseguenza di un dato fenomeno.
Può essere espresso come R=H·V·E.
g)
Analisi del rischio: insieme delle valutazioni sulla pericolosità, sulla
vulnerabilità e sugli elementi a rischio fino alla determinazione della loro
interazione, cioè del rischio totale.
h)
Rischio accettabile: rischio compreso entro il limite oltre il quale esso
diviene troppo grande per essere tollerato dalla società nel quale si verifica,
in funzione del complesso delle caratteristiche culturali, sociali ed
economiche.
i)
Stima del rischio: valutazione del
rischio totale in funzione delle soglie di rischio accettabile esistenti.
j)
Gestione del rischio: definizione delle contromisure e degli interventi
necessari per giungere alla mitigazione del rischio.
Una
complessiva valutazione del rischio presuppone pertanto l’esecuzione delle
necessarie indagini per la determinazione della pericolosità, degli elementi a
rischio e della loro vulnerabilità e una adeguata conoscenza dei livelli di
rischio accettabile per giungere ad una stima del rischio stesso che possa
essere di utilità nella fase di gestione.
Di seguito saranno esaminati i principali aspetti legati alla determinazione
delle variabili elencate.
11.1. Valutazione dell’intensità
Il
principale problema nella valutazione dell’intensità consiste
nell’identificare una grandezza che possa fungere da unità di misura della
severità del fenomeno; essa può essere riferita alle caratteristiche fisiche o
geometriche del fenomeno stesso o alla misura dell’intensità degli effetti
prodotti dal suo verificarsi. Il parametro descrittivo o di misura è comunque
funzione del tipo di fenomeno: l’energia liberata o gli effetti sulle
strutture per i fenomeni sismici, l’altezza di precipitazione per eventi
meteorologici estremi, la velocità del vento o la forza del mare per uragani e
maremoti.
Nel caso di fenomeni di natura idrogeologica, quali piene, frane e fenomeni erosivi, si fa ricorso generalmente a scale che utilizzano parametri descrittivi di tipo quantitativo, quali rispettivamente la portata al colmo, la velocità o le dimensioni del fenomeno franoso, la perdita di suolo per unità areali di riferimento.
La
valutazione della pericolosità si riconduce all’adozione di un modello di
comportamento nel tempo e nello spazio di un determinato fenomeno.
Generalizzando all’insieme dei processi idrogeologici quanto previsto da HARTLÉN
& VIBERG (1988) per la valutazione del rischio da frana, possiamo elencare
le componenti di una completa valutazione della pericolosità.
a) Previsione spaziale: previsione di dove il fenomeno indagato può
verificarsi.
b) Previsione temporale: previsione di quando il fenomeno indagato può
verificarsi.
c) Previsione tipologica: previsione delle modalità con cui il fenomeno
può verificarsi.
d) Previsione dell’intensità: previsione della severità del fenomeno.
e) Previsione dell’evoluzione: previsione del mutamento delle
“condizioni al contorno” del fenomeno.
Previsione
spaziale
La previsione spaziale della pericolosità di un fenomeno idrogeologico consiste
nella individuazione delle zone a maggior pericolosità rispetto a quelle
circostanti e dunque essa conduce alla determinazione di una pericolosità
relativa. Si tratta di un’operazione che può essere effettuata secondo
diverse tecniche in funzione del fenomeno indagato, per giungere alla
identificazione di diverse entità: aree inondabili, fasce di pertinenza
fluviale, aree potenzialmente interessate da fenomeni di frana o di erosione. In
sintesi si può affermare che cinque sono le principali tipologie di approccio
al problema.
a)
Valutazioni empiriche. Sulla
base delle considerazioni effettuate dall’operatore in conseguenza delle
evidenze osservate sul terreno vengono individuate le aree a maggior pericolosità
relativa. Ciò si addice a qualunque tipo di fenomeno: dai movimenti di versante
(frane ed erosione), alle esondazioni (identificazione delle aree di pertinenza
fluviale).
b)
Indicizzazione degli effetti. L’analisi della distribuzione dei
fenomeni presenti o passati viene impiegata come base per la previsione di
fenomeni futuri, collegando la pericolosità ad altri caratteri del territorio
(litologia, uso del suolo, ecc.). Si impiega correntemente nella valutazione
della pericolosità di fenomeni franosi.
c)
Indicizzazione delle cause. Mediante l’assegnazione di pesi alle
diverse classi di fattori determinanti il fenomeno e tramite la loro
combinazione si giunge ad una individuazione delle aree a maggior pericolosità
relativa. Si tratta di un metodo che trova impiego nella valutazione dei
processi erosivi e dei movimenti di versante in genere. L’assegnazione e la
combinazione dei diversi pesi può essere effettuata con sistemi più o meno
sofisticati, dall’approccio semi-empirico all’analisi statistica.
d)
Analisi geometrica. Le condizioni fisiche del territorio sono ricondotte
ai caratteri geometrici che permettono di descriverlo, traendo da essi le
opportune considerazioni relative alla distribuzione areale della pericolosità.
Questo metodo può essere impiegato nella valutazione della pericolosità da
esondazione (valutazione delle altezze arginali in funzione delle altezze del
pelo libero e individuazione delle aree inondabili), ma anche nell’analisi
della pericolosità da frana (identificazione dei limiti di altezza e pendenza
di versanti in frana e non).
e)
Analisi deterministica. Con metodi che considerano la meccanica del
problema (analisi di stabilità nel caso di fenomeni franosi, modellazione
idraulica nel caso di eventi di esondazione), si giunge a determinare le zone
contraddistinte da maggiore pericolosità.
Consiste nella definizione della probabilità di occorrenza (o del suo
reciproco, il tempo di ritorno)
del fenomeno indagato. A differenza della previsione spaziale, in questo caso si
ha a che fare con
una previsione assoluta.
Se P è la probabilità di occorrenza di un fenomeno (e T il suo
tempo di ritorno pari a P -1),
la
pericolosità H, definita come probabilità di occorrenza dell’evento
in un periodo di tempo di N anni,
è data dall’espressione della distribuzione binomiale:
per
eventi rari rispetto al numero di anni considerato, ovvero per N <<
T, la relazione diviene:
H(N)
≅
N x P = N/T
a)
Stima empirica, di esclusiva pertinenza del giudizio soggettivo dell’operatore. Ciò
chiaramente induce un possibile errore, anche molto notevole, tale da inficiare
l’intera procedura di analisi delle condizioni di rischio.
b)
Analisi di serie temporali relative agli effetti, mediante la quale si
addiviene direttamente all’identificazione dei tempi di ritorno del fenomeno.
Tale tipo di analisi, rientrante nel novero delle analisi storiche, è
particolarmente agevole nel caso di eventi ben visibili e ripetibili, quali ad
esempio le esondazioni. La frequenza annua f(N) degli eventi in un
periodo di N anni è data dal rapporto tra il numero di eventi n e
il numero N di anni considerato. Se la serie temporale di osservazione è
sufficientemente lunga f(N) costituisce una stima della probabilità di
occorrenza P.
c)
Analisi di serie temporali relative alle cause, da utilizzarsi nel caso
il metodo precedente non sia praticabile per carenza di dati o per le
caratteristiche del fenomeno. Si tratta di analizzare fenomeni naturali dei
quali si disponga di misure nel tempo, in qualche modo correlabili con il
fenomeno in esame: fra i fenomeni maggiormente indagati sotto questo punto di
vista, un ruolo predominante lo rivestono le precipitazioni, in virtù del loro
ruolo di fattore innescante della gran parte dei fenomeni di instabilità
idrogeologica.
d)
Monitoraggio, con il quale il fenomeno viene tenuto costantemente sotto
osservazione per giungere ad ottenere un insieme dettagliato di informazioni
sull’evoluzione temporale del fenomeno e dunque sulla sua pericolosità
temporale.
La previsione tipologica consiste nella definizione delle modalità con cui il
fenomeno può verificarsi. In altre parole si tratta di prevedere quale forma
assumerà l’evento indagato (ad esempio, la tipologia di frana - crollo,
ribaltamento, scivolamento, ecc., la tipologia del processo erosivo - areale,
per rigagnoli, per fossi, ecc., la tipologia di esondazione - per sormonto di
argini, per correnti da monte, per infiltrazione, ecc.). Questo tipo di
previsione, insieme alla previsione relativa all’intensità del fenomeno,
necessita di una dettagliata conoscenza delle caratteristiche dell’area
indagata, sotto il più ampio numero di aspetti fisici (topografici, geologici,
geotecnici, idrogeologici, ecc.)
Previsione
dell’evoluzione
In questo tipo di previsione occorre valutare i mutamenti delle “condizioni al
contorno” del fenomeno indagato, ovvero gli scenari possibili determinati dal
suo verificarsi e, conseguentemente, individuare l’ambito spaziale che può
essere interessato, direttamente o indirettamente, dal fenomeno stesso. Nel caso
di eventi di esondazione, ad esempio, si tratterà di individuare le possibili
conseguenze sulla stabilità degli argini, le zone di ristagno, la possibilità
di frane di sponda, ecc., mentre nel caso di fenomeni franosi occorrerà
valutare la distanza di propagazione, i limiti di retrogressione e
l’espansione areale. Una volta esaminati tutti i diversi aspetti
dell’analisi della pericolosità, occorre sintetizzare i dati raccolti per
ottenere un’informazione complessiva su questo fondamentale aspetto
dell’analisi del rischio.
Nel fare ciò è importante soprattutto disporre di dati il più completi
possibile per quanto concerne la previsione spaziale e temporale: la valutazione
della pericolosità è infatti essenzialmente una sintesi di questi due tipi di
informazione, cui, successivamente, possono aggiungersi considerazioni sulla
tipologia, l’intensità e l’evoluzione. Possiamo pertanto affermare che la
previsione della pericolosità è necessariamente una previsione spaziale e
temporale, cioè consiste primariamente nell’indicazione di dove e quando un
determinato fenomeno può verificarsi: la carenza di informazioni in questo
senso non consente, infatti, di realizzare una completa analisi del rischio.
11.3.
Identificazione degli elementi a rischio e del loro valore
W = N ⋅ w
dove
N è il numero degli elementi presenti.
La
difficoltà di questo approccio consiste nell’assegnare valori monetari a beni
privi di valore commerciale, quali ad esempio beni di tipo ambientale o vite
umane. Per superare queste difficoltà si può ricorrere ai criteri valutativi
delle società assicuratrici, utili soprattutto per la valutazione del costo di
danni inferti all’incolumità personale.
Una
corretta valutazione della vulnerabilità deve il più possibile attenersi alla
definizione del concetto, ovvero di grado di perdita atteso di un bene in
conseguenza dell’evento indagato. Come detto ciò può essere espresso in una
scala relativa con valori compresi tra 0 e 1, riferendosi il primo valore
all’assenza di danni e il secondo alla completa distruzione del bene (danno
totale). La difficoltà nella determinazione della vulnerabilità è legata al
tipo di elemento a rischio esaminato: nel caso di vite umane essa può essere
espressa in funzione del grado di invalidità, permanente o temporanea, inferta
in seguito al coinvolgimento nell’evento e nel caso di strutture e
infrastrutture la vulnerabilità può essere intesa come la percentuale del
valore del bene pregiudicata dal verificarsi del fenomeno. In quest’ultimo
caso un’approfondita analisi della vulnerabilità passa attraverso lo studio
delle caratteristiche statiche e dinamiche della struttura, in relazioni alle
sollecitazioni cui essa viene sottoposta in seguito al verificarsi
dell’evento.
Un
approccio ulteriore, complementare a quello considerato, consiste nel mettere in
relazione la vulnerabilità con il costo stimato per riportare il bene alle
condizioni precedenti al momento del verificarsi dell’evento: anche per questo
tipo di valutazione possono essere di ausilio i criteri in uso presso le
compagnie assicuratrici.
11.5.
Rischio specifico e totale
Rs = H⋅V
Dal rischio specifico è possibile determinare il rischio totale, moltiplicando il primo per il valore degli elementi a rischio W, ottenendo il valore economico R:
R = R S ⋅W = H⋅V⋅ W
La determinazione del rischio
specifico consente di valutare gli effetti di un fenomeno, indipendentemente
dalla valutazione degli elementi esposti a rischio e del loro valore,
operazione, come notato precedentemente, non sempre agevole.
11.6.
Rischio accettabile e stima del rischio
Nei
diversi approcci è possibili riscontrare delle differenze relative
all’andamento agli estremi delle soglie, ma in ogni caso si rileva il
sostanziale accordo nel loro andamento. In particolare, è da notare la
differente considerazione di eventi a bassissima probabilità di occorrenza o
determinanti un elevato numero di decessi, inclusi in due casi in modo completo
rispettivamente nei campi di rischio accettabile e inaccettabile.
Appare evidente che le soglie di rischio accettabile sono strettamente
dipendenti dal tipo di fenomeno indagato: a parità di tempi di ritorno, ad
esempio, ben diverse saranno le soglie per fenomeni sismici (per i quali sono
tollerate anche numerose perdite umane), che per incidenti industriali (per i
quali, viceversa, nessuna perdita umana è da considerare tollerabile). È
altresì da notare, come rilevato da FELL
(1994), che l’opinione pubblica
sembra tollerare elevati livelli di rischio (fino a 10-2 per
anno in termini di rischio specifico) se esposta volontariamente (incidenti
stradali, sul lavoro, sportivi), mentre la soglia scende di alcuni ordini di
grandezza (fino a 10-5-
10-6)
in caso di rischio involontario (rischi industriali, incendi, calamità
naturali). In ogni caso è possibile rappresentare una generale soglia di
rischio accettabile da ritenersi valida per qualunque tipo di rischio, mettendo
in relazione una generica intensità del fenomeno (e conseguentemente il grado
di perdita che esso può generare) con la sua probabilità di occorrenza, senza
fornire peraltro indicazioni di tipo quantitativo.
Si tratta di una rappresentazione semplificativa, che non contempla l’insieme
delle valutazioni necessarie ad una completa analisi del rischio, ma che può
costituire un utile schema di riferimento.
1.
aumento delle soglie di rischio accettabile, da realizzare tramite un’adeguata
informazione o mediante impianti di allarme: le soglie di rischio consapevole
tollerato sono infatti in genere molto più elevate rispetto a quelle di rischio
involontario;
2.
mitigazione del rischio, che, essendo R dato dal prodotto di H, V e
W, può essere ottenuto tramite:
3.
riduzione della pericolosità, ovvero interventi mirati alla mitigazione delle
cause naturali che determinano il fenomeno;
4.
riduzione della vulnerabilità, ovvero consolidamento delle strutture e
realizzazioni di opere di protezione che riducano il coinvolgimento
dell’elemento a rischio nelle conseguenze del fenomeno potenzialmente
distruttivo;
5.
riduzione degli elementi a rischio, ovvero spostamento dei beni esposti al
rischio in aree non interessate dall’eventuale verificarsi del fenomeno.
Come
già diffusamente argomentato, le condizioni geologiche e geomorfologiche
dell’area di studio e le sue vicende storiche inducono a ritenere possibile la
presenza di movimenti di versante a geometria e cinematica non completamente
definibili. Per giungere ad una risoluzione di tale indeterminazione, si è
proceduto ipotizzando, in base ad una sorta di scenari di evento, l’esistenza
di fenomeni superficiali o profondi, la cui estensione sia compatibile con i
dati a disposizione, integrati da una serie di elaborazioni e considerazioni
relative alla distribuzione e allo spessore dei terreni di riporto.È necessario
premettere che:
1)
l’attribuzione di tali ipotesi a supposti scenari di evento non esclude la
possibilità che parte dei movimenti indicati siano comunque già e tuttora
attivi, seppur non evidenziati, a causa della loro estrema lentezza, dalle
attività di monitoraggio;
2) la distinzione tra movimenti superficiali e profondi è stata effettuata solo ai fini della chiarezza espositiva, non escludendosi la possibilità della compresenza e della contemporaneità, anche nelle medesime aree, di entrambe le tipologie di fenomeni.
In
merito alla possibilità di instabilità legata a movimenti superficiali (a
profondità, cioè, non superiore a qualche metro) si è ipotizzata
l’esistenza di aree nelle quali si verifichino, nel presente o nel futuro,
deformazioni dei materiali detritici, nella zona quasi esclusivamente costituiti
da terreni di riporto antropico.
Al fine di giungere ad una corretta identificazione di tali aree, si è
proceduti a cartografare dettagliatamente i riporti antropici derivanti dalle
opere realizzate negli anni 1865 - 1876 durante gli imponenti lavori realizzati
sul colle sotto la direzione di Giuseppe Poggi.
Le informazioni sono state ricavate dalla documentazione cartografica del c.d.
Fondo Poggi, conservato all’Archivio di Stato di Firenze. Di tale
documentazione, notevole per vastità e quantità delle informazioni contenute,
sono stati analizzati i fascicoli inerenti alla costruzione del Viale dei Colli,
delle Rampe e del Piazzale Michelangelo.
Analizzando
la planimetria e le sezioni di progetto del Viale dei Colli è stato in
particolare possibile delimitare le aree di riporto tramite l’individuazione
delle sezioni in cui il progetto prevedeva tale tipo di operazioni: la
perimetrazione di queste informazioni ha consentito di ottenere l’area del
riporto; inoltre, per avere una indicazione degli spessori, è stata segnata la
traccia delle singole sezioni, associando ad essa la quota del massimo riporto.
Per quanto concerne l’area del Piazzale Michelangelo e delle Rampe, la
documentazione disponibile è ancora più notevole per quantità e qualità.
Sono risultati infatti disponibili: a) per il Piazzale, una maglia regolare di
punti per i quali è riportata la quota originaria e la quota di progetto; b)
per le Rampe, una rete di capisaldi realizzata dal Poggi in cui sono state
riportate le quote del terreno prima della realizzazione dei lavori e la
planimetria di precisione della zona (curve di livello a distanza
I
risultati di tali indagini sono riportati nella Tavola 11, Carta
dell’estensione e dello spessore dei terreni di riporto, dove sono
cartografate, con le convenzioni suddette, le aree di riporto ed il dato è
integrato dall’informazione puntuale in merito desumibile dall’esame delle
69 stratigrafie disponibili nell’area. Per l’area del Piazzale e delle Rampe
è stato possibile valutare sia le aree di riporto che quelle di scavo,
giungendo anche alla significativa valutazione delle modificazioni morfologiche
indotte sul versante dal complesso dei lavori del Poggi (Tavola 12, I
movimenti di terra per la realizzazione del Piazzale Michelangelo e delle Rampe).
Le informazioni ottenute sono state così confrontate con quelle contenute nella
Carta degli elementi geomorfologici e delle aree di dissesto superficiale (Tavola
7), per giungere all’identificazione di zone che, complessivamente, possano
essere ritenute soggette a movimenti superficiali e alla attribuzione di un
livello di pericolosità. Per fare ciò, e la considerazione è da ritenersi
valida anche per quanto concerne i movimenti profondi, si è optato per una
semplice classificazione qualitativa in due livelli, essendo insufficienti gli
indizi per una maggiore distinzione: l’attribuzione di ciascun area di
instabilità all’uno o all’altro livello è stata dettata dalla sintesi
ponderata di tutte le informazioni e i dati a disposizione. In questo modo si è
dunque giunti alla redazione della Carta della pericolosità relativa per
movimenti superficiali (Tavola 13).
La possibilità di movimenti profondi, che, date le condizioni geologiche e geotecniche può esplicarsi attraverso la formazione e riattivazione di superfici di scivolamento rototraslativo, è stata valutata considerando la geomorfologia, il quadro dei dissesti e le precedenti interpretazioni. In questo modo, nella ricorrente validità di tutte le considerazioni generali sopra esposte, si è giunti all’identificazione delle aree riportate nella Carta della pericolosità relativa per movimenti profondi (Tavola 14), anche in questo caso, per analoghe ragioni, distinti in due classi di pericolosità.
13. Valutazione degli elementi a rischio e della vulnerabilità
In
funzione dei beni presenti nell’area in esame, si è inizialmente proceduto
alla definizione e classificazione degli elementi a rischio, raggruppandoli
nelle categorie: edifici, strade, sistemazioni a verde ornamentale (giardini ed
opere accessorie) e aree ad uso privato o generico, aree agricole e incolte,
pertinenze e servizi, giungendo alla classificazione delle opere presenti e
dell’uso del territorio rappresentata nella Carta degli elementi a rischio (Tavola
15).
È evidente che la generalità di tali categorie non può ritenersi
completamente esaustiva e soddisfacente, non operandosi ad esempio distinzioni
tra edifici di epoca, destinazione e modalità costruttive diverse o tra strade
di importanza e ordine molto vari. Tuttavia la realizzazione di uno studio di
maggior dettaglio necessiterebbe di una mole enorme di dati e informazioni, solo
in piccola parte noti, o, in subordine, di un abbandono dell’approccio
quantitativo di seguito descritto in favore di una valutazione qualitativa,
senz’altro meno significativa.
Il
problema della valutazione corretta della vulnerabilità rappresenta infatti
generalmente uno degli ostacoli principali, assieme a quello della
determinazione del valore degli elementi a rischio, nelle procedure di
valutazione del rischio derivante da fenomeni franosi. Nel caso in esame si è
optato per un approccio legato alla connessione della vulnerabilità dei beni
immobili, intesa quale grado di perdita atteso nell’ipotesi dell’accadimento
del fenomeno, con l’entità economica dei successivi interventi di ripristino
e restauro.
A tale fine è necessario procedere a partire dalla considerazione che un
elemento a rischio di tipo immobile può essere esemplificato quale un qualunque
elemento strutturale ordinario per il quale è previsto un tempo di esercizio Te. Il suo
valore iniziale W0, in assenza di
manutenzione ordinaria, si riduce a zero dopo un tempo Te,
secondo un andamento che in prima ipotesi può considerarsi lineare:

Se
supponiamo ad esempio un tempo di esercizio di 100 anni, ciò significa che
l’entità della manutenzione ordinaria annuale è di un centesimo del valore
dell’elemento, mentre la manutenzione straordinaria, nel caso di assenza di
quella ordinaria, avrà un costo pari a n volte quest’ultima, con n
numero degli anni trascorsi.
L’accadimento
di un evento straordinario di tipo “istantaneo” (ad esempio un sisma)
produce un effetto di questo tipo sulla retta valore/tempo:

In
pratica l’evento determina una riduzione istantanea del valore dell’elemento
(da W1
a
W2) e, per
riportarsi alla condizione precedente all’evento, è necessario attuare un
intervento di manutenzione straordinaria di valore pari a W2 -W1.
In
assenza, il tempo di esercizio si riduce, accadendo che il valore si azzera al
tempo Te1.
Pertanto è possibile anche determinare la vulnerabilità V
dell’elemento, che sarà pari a:
V
= (W1 – W2)/W1
V
assume il valore 1 nel caso di un evento completamente distruttivo che azzera il
valore dell’elemento.
Il
caso di un evento non istantaneo, ma prolungato nel tempo (ad esempio una
frana), può essere invece schematizzato con l’aumento di pendenza della retta
valore/tempo, secondo un andamento di questo tipo:

In
pratica si tratta di ipotizzare che, in presenza di un fenomeno tipo movimento
di versante, aumenti il “tasso di invecchiamento” dell’opera: per
mantenere inalterato il tempo di azzeramento del valore occorre mettere in atto,
in qualunque momento successivo all’inizio dell’evento, un intervento di
manutenzione straordinaria di importo pari a
W2
– W3.

L’entità
di questo intervento di manutenzione straordinaria resta inalterato
indipendentemente dal momento della sua realizzazione, mentre per la
quantificazione della vulnerabilità esso va riportato al momento dell’inizio
dell’evento:

In
questo caso può determinarsi la vulnerabilità quale:
V
= (W2 – W1)/W2
Ovviamente
è necessario apportare i dovuti correttivi nel caso in cui si mettano in atto
misure che
arrestano il fenomeno, ovvero che riportano la retta alla pendenza iniziale.
È possibile pensare ad un approccio geometricamente alternativo, ma
concettualmente equivalente,
basandosi sulla variazione di pendenza della retta W/T, che, nel caso
“indisturbato” ha equazione:
W = - T ( W0/Te0)
+ W0
con
una pendenza espressa dal coefficiente angolare k0 = −
W0/Te0
Quindi:
W = k0T + W0
L’occorrenza
di un evento esterno all’istante T0
determina l’aumento della pendenza, che assume il valore:
k1
= − W0/Te0
< k0

Il
rapporto tra Te1
e Te0 (e quindi
quello tra k1 e k0)
è proporzionale alla vulnerabilità V come precedentemente espressa,
secondo una relazione del tipo:
V = 1- (1/(k1/k0))
= 1 – (k0/k1) = 1 – ( Te1/Te0)

Dati
questi approcci è possibile giungere a quantificare la vulnerabilità delle
categorie di elementi a rischio individuate in funzione della tipologia di
fenomeno franoso, caratterizzando questi ultimi in base alla loro velocità: a
tale scopo è possibile riferirsi alla scala di intensità proposta da HUNGR
(1981) e modificata da CRUDEN & VARNES
(1994).
La risoluzione del problema passa attraverso la stima realistica dei valori
iniziali delle opere, del loro tempo di esercizio (o, equivalentemente, dei
costi di una efficace manutenzione annuale), dei costi di manutenzione
straordinaria generati dall’occorrenza di un fenomeno franoso di intensità
“di progetto”.
Per quanto concerne i costi, i dati sono stati desunti dal confronto analitico
del contenuto dei lavori riportati in bibliografia (Amministrazione Comunale di
Bologna, 2002; ISTAT, 2003; FERRARI, 2002; BRANDT & RASMUSSEN, 2002; FABER
& SORENSEN, 2002; CCE, 1995; Van GINKEL & Van EXEL, 1997; SSB, 2003) ,
mentre per quanto riguarda la frana campione è stato assunto un movimento a
velocità di 1,6 m/anno, considerata velocità discriminante tra le classi
inferiori della scala di Hungr modificata (CRUDEN &
VARNES, 1994).
A questo punto, tuttavia, è necessario, prima di procedere, operare una adeguata cernita degli elementi a rischio, al fine di evidenziare solo quelli per i quali è possibile riconoscere lo status di bene culturale. Ciò è stato realizzato considerando elemento discriminante di tipo temporale la realizzazione dei lavori del periodo 1865-1876 e assumendo quindi quale patrimonio culturale l’insieme delle opere civili e religiose di epoca ad esse contemporanea o antecedente. In questo modo si è giunti ad identificare, per le categorie di elementi considerate, quanto rappresentato nella Carta della vulnerabilità da frana dei beni culturali (Tavola 16). A ciascuna categoria di beni è stato infatti assegnato un valore di vulnerabilità, secondo le elaborazioni seguenti, enunciate per tipologia di elementi.
Per quanto concerne le strade sono stati considerati rispondenti alle caratteristiche dei beni in esame i seguenti valori:
W0 = 2.5 M€/km
Te0 = 50 anni (Manutenzione
ordinaria annuale = 50 k€/km)
Te1 = 10 anni (Manutenzione
straordinaria = 250 k€/km)
In
base a ciò ne consegue che la vulnerabilità di un tracciato stradale alla
frana campione è pari a 0,80.
A questo punto si applica un criterio di progressione geometrica all’andamento
della vulnerabilità rispetto alla velocità del fenomeno, secondo un criterio
che trova la seguente rappresentazione grafica:

In questo modo si determinano i valori
di vulnerabilità relativi a fenomeni di velocità corrispondenti a quelle che
costituiscono i limiti delle sette classi di Hungr e, conseguentemente, i valori
medi di vulnerabilità associati a quest’ultime.
|
Classe di velocità |
1
|
2
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
|
Vulnerabilità |
0,20
|
0,60
|
0,85
|
0,92
|
0,96
|
0,98
|
0,99
|
Edifici
Per
tutti gli edifici dell’area di studio in esame sono stati utilizzati i valori:
W0
= 1 k€/m3
Te0 = 200
anni (Manutenzione ordinaria annuale = 5 €/m3)
Te1
= 10 anni (Manutenzione straordinaria = 100 €/m3)
Fatti analoghi calcoli rispetto ai precedenti ne consegue che:
|
Classe di velocità |
1
|
2
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
|
Vulnerabilità |
0,24
|
0,71
|
0,96
|
0,98
|
0,99
|
0,99
|
0,99
|
Sistemazioni
a verde ornamentale (giardini e arredo urbano)
In
questo caso i valori dei parametri di costi e manutenzione considerati idonei
sono i seguenti:
W0
= 1 k€/m2
Te0 = 10
anni (Manutenzione ordinaria annuale = 10 €/m2)
Te1
= 3,33 anni (Manutenzione straordinaria = 30 €/m3)
Fatti analoghi calcoli rispetto ai precedenti ne consegue che:
|
Classe di velocità |
1
|
2
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
|
Vulnerabilità |
0,16
|
0,50
|
0,77
|
0,91
|
0,95
|
0,98
|
0,99
|
Aree
prive di beni specifici (ad uso privato o generico, aree agricole e incolte,
pertinenze e servizi, strade ed edifici non costituenti patrimonio culturale)
Queste
aeree rappresentano l’intero tessuto urbano che incastona i beni culturali
appartenenti a una delle tre precedenti categorie: in termini rigorosi tali aree
non dovrebbero essere considerate ai fini della vulnerabilità, non
rappresentando alcun bene culturale specifico.
Per
tenere conto di tale aspetto è stato considerato, per queste aree, un valore di
vulnerabilità indicativo, tale da rendere sensibile comunque l’esistenza di
un rischio specifico per tutte le aree nelle quali sia registrato un livello di
pericolosità.
Tuttavia
è da considerare che proprio il quadro d’insieme (paesaggistico, storico e
urbanistico) costituisce il legante del patrimonio di una città e questo assume
particolare valenza nel caso di Firenze e, nell’ambito di questa, per l’area
di studio.
I
beni culturali fiorentini si distendono come una teoria di chiese, palazzi,
strade, senza soluzioni di continuità e Monte alle Croci è una tessera
fondamentale di tale mosaico.
Per
fare ciò è stato scelto di utilizzare un valore ragionevolmente comparabile
con quelli sopra determinati e che sia in connessione logica con le
caratteristiche cinematiche del movimento e si è quindi optato per la seguente
scala di vulnerabilità:
|
Classe di velocità |
1
|
2
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
|
Vulnerabilità |
0,08
|
0,24
|
0,48
|
0,74
|
0,87
|
0,93
|
0,98
|
Sono comunque da rilevare
come maggiormente significativi, in quanto relativi a classi di velocità
compatibili con le caratteristiche geologiche dell’area e con i movimenti
registrati in passato, i valori corrispondenti alle classi 1 e 2 (movimenti
definiti rispettivamente “estremamente lenti” e “molto lenti” nella
classificazione).
È da rilevare che in tale
elaborazione è stato considerato univoco il comportamento dei beni esaminati,
senza prevedere le eventuali differenze nelle risposte strutturali in funzione
della geometria del movimento: la generalità di questo assunto può essere
giustificata dalla considerazione che tali risposte sono comunque in buona
misura funzione delle manifestazioni superficiali del movimento, benché ciò
possa essere in parte limitativo, soprattutto nel caso di edifici dotati di
strutture di fondazione che giungono a profondità maggiori rispetto allo
spessore della parte di versante in movimento
Come
noto e ricordato sinteticamente nel capitolo iniziale della presente Parte III,
la determinazione del rischio si compone della combinazione dei suoi tre
fattori, pericolosità, vulnerabilità e valore degli elementi a rischio,
ciascuno opportunamente quantificato. Nel caso di studio si sono per il momento
effettuate le seguenti analisi e determinazioni:
a)
in merito alla pericolosità, si è definita l’estensione delle aree
instabili, provvedendo, per le due tipologie di movimento ammissibili, a
discernere due classi di pericolosità relativa;
b) in merito alla vulnerabilità, si è provveduto ad una valutazione
completa, assegnando a ciascun elemento a rischio il proprio valore in funzione
della velocità del fenomeno franoso, indipendentemente dalla sua geometria
profonda;
c)
in merito al valore degli elementi a rischio, nessuna considerazione è
stata effettuata, oltre a
quelle che hanno consentito di definire il patrimonio
culturale dell’area.
Riguardo
a quest’ultimo punto, ricordate le difficoltà insite in tale attribuzione,
soprattutto nel caso, come quello in esame, di beni culturali s.l., si procede
eliminando tale determinazione, rinunciando pertanto a giungere ad una
quantificazione del rischio totale e circoscrivendo l’obbiettivo finale del
lavoro ad una valutazione del rischio specifico, inteso, concordemente con la
letteratura in merito, quale prodotto tra pericolosità e vulnerabilità.
D’altro canto, proprio la letteratura esistente nel settore della valutazione
del rischio idrogeologico rafforza tale scelta, non riscontrandosi studi
completi finalizzati alla determinazione esatta del rischio totale, nella sua
accezione strettamente quantitativa.
Relativamente alla pericolosità dei fenomeni indagati è necessario invece
procedere con la determinazione dei valori di probabilità da assegnare ai
fenomeni perimetrati: anche in questo ambito sono note le difficoltà connesse
con l’attribuzione di tempi di ritorno (e conseguentemente di pericolosità
annuale) a fenomeni, quali quelli franosi, privi di serie storiche di
osservazione e non sempre identificabili quale evento unitario e limitato nel
tempo. Il fatto che per l’area in esame siano disponibili osservazioni e
descrizioni degli effetti per un periodo sufficientemente lungo (oltre cinque
secoli) non rappresenta un elemento sufficiente a superare tali difficoltà, per
la già esposta indeterminazione della connessione tra gli effetti e i movimenti
e per la complessità dei rapporti tra geomorfologia e tessuto urbano.
Pertanto si è scelto di procedere secondo i seguenti due
assunti:
a)
trattare
separatamente i movimenti superficiali da quelli profondi, senza effettuare
comparazioni relative tra le probabilità di occorrenza degli uni e degli altri;
b)
assumere, sulla base del
complesso delle caratteristiche dell’area di studio, una probabilità di
occorrenza per i movimenti definiti a media pericolosità pari alla metà di
quella attribuibile per i movimenti a pericolosità elevata.
Si
tratta di un’ipotesi realistica, nella sua semplicità, e che permette di
attribuire valori di pericolosità se si assume per i secondi la certezza di
accadimento in un periodo di tempo non quantificato. In altre parole si procede
assegnando i seguenti valori di pericolosità:
-
aree a pericolosità elevata: 1
-
aree a pericolosità media: 0,5
Questa
ipotesi permette di giungere a valutare, distintamente per le due tipologie di
fenomeni, direttamente il rischio specifico, quale prodotto, in ciascun punto
dell’area in esame dei valori di pericolosità e vulnerabilità. Ovviamente le
aree nelle quali non sono riscontrate possibilità di movimento registrano un
rischio specifico pari a zero, mentre esso sarà comunque apprezzabile anche
laddove non siano presenti beni specifici, in virtù delle considerazioni sul
valore culturale del complesso paesaggistico nel suo insieme. Tale operazione si
esegue separatamente per i quattro casi derivanti dalla combinazione delle
seguenti dicotomie:
-
movimenti superficiali e movimenti veloci;
-
classi 1 e 2 di velocità.
In
questo modo si ottengono le seguenti:
-
Carta del rischio specifico da frane superficiali a velocità di
classe 1 (Tavola 17);
-
Carta del rischio specifico da frane superficiali a velocità di
classe 2 (Tavola 18);
- Carta del rischio
specifico da frane profonde a velocità di classe 1 (Tavola 19);
-
Carta del rischio specifico da frane profonde a velocità di classe 2 (Tavola
20)
Il
valore in esse associato a ciascuna area è definito Rischio specifico, benché
formalmente la valutazione della pericolosità sia stata effettuata in modo
“condizionato”: tuttavia, fatta questa precisazione, appare corretto
mantenere tale definizione generale.
Nelle Carte del rischio specifico in oggetto è stata effettuata una
distinzione in quattro classi di rischio (R1, R2, R3 e R4), suddividendo in
parti uguali l’intera gamma da
In virtù dei valori di vulnerabilità, non particolarmente elevati, soprattutto
nel caso dei movimenti di velocità di classe 1, si ottengono valori di Rischio
specifico relativamente bassi, ricadenti o tutti in classe R1 o, comunque, mai
sufficienti all’individuazione di aree R4.
Al fine, tuttavia di discernere maggiormente le situazione di maggior rischio
relativo, si è provveduto alla riclassificazione dei valori di rischio
specifico determinati, istituendo 3 classi denominate:
- Rischio Basso
- Rischio Medio
-
Rischio Alto
secondo
un’opportuna riconsiderazione dei valori determinati. In questo caso è
necessario definire i valori così determinati quali “Rischio specifico
relativo”, cartograficamente rappresentati in:
- Carta del rischio
specifico relativo da frane superficiali a velocità di classe 1 (Tavola
21);
- Carta del rischio
specifico relativo da frane superficiali a velocità di classe 2 (Tavola
22);
- Carta del rischio
specifico relativo da frane profonde a velocità di classe 1 (Tavola 23);
-
Carta del rischio specifico relativo da frane profonde a velocità di
classe 2 (Tavola 24)
che
consentono di individuare le zone nelle quali sono maggiori i problemi connessi
alla conservazione e manutenzione del patrimonio.
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