Analisi per la valutazione del rischio da frana nell'area di Craco (Matera)

Capitolo IX – Analisi della pericolosità

    9.1. Dinamiche evolutive
    9.2. Fattori di innesco e relativi tempi di ritorno

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9.1. Dinamiche evolutive

Ciò che emerge dalle analisi condotte è un panorama in cui i movimenti di versante costituiscono l'elemento modellatore prevalente. Attraverso l'analisi multitemporale, è stato possibile ricostruire lo stato di attività dei fenomeni franosi individuati, e ricavare alcune utili indicazioni.

In primo luogo è possibile evidenziare una franosità passata, più intensa di quella attuale; numerosi autori (Del Prete, Petley, 1982; Brugner,1963), ritengono infatti che i più vasti fenomeni franosi presenti nell'area siano di origine molto antica, e riconducibili ad un disequilibrio della morfologia dei versanti rispetto a condizioni climatiche differenti dall’attuale quadro di riferimento, in analogia con quanto emerso dagli studi effettuati in aree limitrofe a Craco quali, Montescaglioso, Pomarico, Miglionico, Avigliano, S. Angelo dei Lombardi.

A questo riguardo, dalle immagini fotografiche, si osserva che la maggior parte degli imponenti corpi franosi che si sviluppano lungo i versanti del colle, non hanno subito apprezzabili variazioni di dimensioni o di forma, o rimobilitazioni del corpo in profondità, nell'arco temporale di 43 anni, segno di un raggiunto equilibrio con le attuali condizioni morfo-climatiche del territorio. Ovviamente questo discorso non riguarda l'area sottostante il centro storico, che ha subito intensi fenomeni di riattivazione in epoca storica.

L'antica origine della vasta conca a sud del convento, può invece essere riconosciuta dalla quasi totale mancanza del corpo di accumulo o di colata che presumibilmente occupava la parte bassa della nicchia e riempiva il fosso sottostante. L'erosione ed il trasporto di questo materiale è potuta avvenire in tempi molto lunghi da parte delle acque che si incanalano nell’impluvio sottostante la conca il quale, infatti, appare ancora oggi piuttosto inciso.

Di tutte le antiche forme di dissesto, quelle che si sono riattivate in epoca storica vengono rinvenute lungo il versante di SO, in corrispondenza del centro abitato. Le tre corone di frana che lambiscono il paese hanno fatto tutte registrare riattivazioni nel tempo, ma l’unica di queste che ha subito il collasso e prodotto lo spostamento di ingenti masse di terreno è la frana del centro storico.

Le ipotesi riguardo i meccanismi che hanno portato allo sviluppo della franosità sui versanti di Craco sono principalmente due, le cui cause di  innesco sono entrambe riconducibili all'assetto tettonico e stratigrafico dei terreni affioranti nell’area.

La prima ipotesi (Del Prete e Petley, 1982) considera come elemento principale il contatto tettonico tra le argille plioceniche e le Argille Varicolori; secondo questi autori, in seguito alla formazione di una scarpata prodotta dal ribassamento dei depositi pliocenici, avrebbe avuto inizio l'erosione al piede dei depositi di Argille Varicolori; tale fenomeno avrebbe, quindi, prodotto dei progressivi scivolamenti di materiale, evolutisi successivamente in superfici di scorrimento rotazionale a carattere retrogressivo. Gradualmente, nel tempo, queste superfici si sarebbero propagate verso l'alto del versante, giungendo ad interessare i depositi pliocenici sui quali sorge il paese.

La seconda ipotesi invece (Brugner, 1964) si focalizza sul contatto tra i depositi pliocenici che sorgono nella parte alta della dorsale, e le sottostanti formazioni argillose Sicilidi. La causa naturale dei dissesti verrebbe in questo caso riconosciuta, nella presenza delle acque di falda all’interno dei depositi conglomeratici e sabbiosi; l’elevato grado di fratturazione tettonica dei terreni argillosi sottostanti, permetterebbe l’infiltrazione delle acque in profondità, causando fenomeni di rigonfiamento e rammollimento lungo le principali vie di infiltrazione. Tale processo produrrebbe quindi, nel tempo, un generale decadimento delle caratteristiche meccaniche di questi terreni, provocando la formazione di potenziali superfici di scivolamento, che dalle zone più esterne di contatto si propagano verso l’alto del rilievo.

Lo stesso processo di deformazione del substrato argilloso, nelle aree del versante nord in cui le bancate conglomeratiche più competenti si trovano in giacitura subverticale, contribuirebbe invece, allo sviluppo dei ben visibili fenomeni di espansione laterale. L’assetto dei conglomerati, che penetrano più in profondità nelle argille, ed il rammollimento di queste ultime,  produce infatti la lenta migrazione dei blocchi di roccia che si separano dalla parete lungo le principali discontinuità tettoniche o stratigrafiche.

In analogia a quanto rilevato da studi realizzati in aree simili per caratteri litologici e stratigrafici, si ritiene valida l’ipotesi di Brugner, pur non escludendo una possibile coazione di entrambi i tipi di fenomenologie.

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9.2. Fattori di innesco e relativi tempi di ritorno

Per quanto riguarda i fattori che influiscono sull’innesco dei dissesti, da una prima analisi dei resoconti storici, appare evidente il ruolo attivo degli eventi piovosi estremi che hanno colpito l’area nei periodi subito precedenti alle più importanti riattivazioni franose.

L’analisi pluviometrica correlata agli eventi di frana, mette in evidenza la difficoltà di determinare possibili soglie critiche di innesco per i dissesti. Nei sei casi analizzati nel capitolo V, si possono infatti distinguere due diversi regimi pluviometrici che concorrono all’innesco dei movimenti di versante.

Il primo riguarda gli eventi verificatisi nel novembre del 1959 e nel gennaio del 1972: questi infatti risultano direttamente legati a fenomeni di pioggia eccezionale, di tipo alluvionale, che hanno avuto inizio pochi giorni prima del dissesto. In questi due casi, le piogge dei mesi precedenti non appaiono significative ai fini dell’innesco, in quanto, in entrambi i casi, risultano al di sotto dei valori medi stagionali. In tutti gli altri casi, il dissesto non può essere ricondotto ad eventi piovosi di particolare entità; ciò che si osserva è la presenza di precipitazioni superiori alla media su periodi di lunga durata, con maggiori frequenze registrate per le durate da 3 a 5 mesi (Fig 9.a).


Fig. 9.a: frequenze dei periodi di più mesi cumulati che registrano il massimo tempo di ritorno; i valori elevati per la cumulata di un mese si riferiscono agli eventi alluvionali del 1959 e del 1972.

Si denota quindi l’influenza delle piogge di lungo periodo, che tuttavia non presentano caratteri di eccezionale intensità, come si evidenzia dall’analisi dei tempi di ritorno, che non superano mai gli 8 anni, e che per la maggior parte si mantengono al di sotto dei 3 anni (Fig 9.b).

Spesso, alle piogge di lungo periodo, sono associati periodi di alcuni giorni piovosi consecutivi, nei giorni precedenti al dissesto. Emerge dunque, che per osservare una dipendenza dei dissesti dalle precipitazioni, bisogna risalire alle piogge verificatesi in periodi anche piuttosto lontani nel tempo, come evidenziato dalle maggiori concentrazioni dei massimi dei Tr intorno ai periodi di tre-cinque mesi precedenti.


Fig. 9.b: frequenze dei tempi di ritorno ricadenti nelle tre classi; non sono compresi i valori relativi agli eventi alluvionali.

Sono comunque le precipitazioni, anche modeste ma distribuite in più giorni consecutivi, a rendere critiche le condizioni di stabilità dei versanti.

Queste osservazioni risultano in accordo con le caratteristiche litologiche delle formazioni interessate. Infatti, a parte casi di precipitazioni eccezionali, la permeabilità dei terreni è tale da consentire una saturazione delle coltri in periodi di tempo piuttosto prolungati. Generalmente i dissesti si osservano tra novembre e gennaio, quando la stagione piovosa è al culmine e le piogge dei mesi precedenti hanno permesso la saturazione dei terreni in profondità.

Nell’attività di censimento non si è prestata sufficiente attenzione alla definizione delle dimensioni e delle velocità dei fenomeni franosi presenti nell’area. Non potendo quindi  giungere a definire dei valori di intensità in modo appropriato, si valuterà esclusivamente una forma di pericolosità spaziale, basata sulla cartografia feomorfologica di Tav. 4. Anche per quanto riguarda le modalità ed i tempi di evoluzione dei fenomeni possono essere al momento valutate esclusivamente in modo qualitativo sia per i fenomeni superficiali che per quelli profondi.

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