Analisi per la valutazione del rischio da frana nell'area di Craco (Matera)

Capitolo I – Area di studio

    1.1. Introduzione
    1.2. Cenni di storia
    1.3. Cronologia dei dissesti
    1.4. Realizzazione del progetto GIS

Indice Craco

1.1. Introduzione

Il centro abitato di Craco ha subito forme di instabilità di pendio, legate principalmente alla composizione litologica ed all’assetto geomorfologico dei terreni, che hanno interferito con l’assetto urbanistico, causandone il progressivo abbandono. Su tale area, difatti, si sono sviluppati fenomeni riconducibili a diverse tipologie di frana: crolli di materiali litoidi, scivolamenti roto-traslativi di terra, colate di terra, espandimenti laterali di roccia. Scopo del lavoro è ricostruire le dinamiche evolutive geologiche e morfologiche in atto, definendo la propensione al dissesto dell’area indagata e suggerendo metodologie per la valutazione della pericolosità, quale attività propedeutica per la definizione del rischio su alcune porzioni significative del centro abitato su cui insistono beni culturali da recuperare e valorizzare (es. Convento S. Pietro) con interventi, sia di tipo diretto sulle strutture, sia operanti sulla mitigazione degli effetti derivanti dalla progressiva evoluzione, verso la parte alta del colle, dei fenomeni di frana.


Fig.1.1: ubicazione dell'area

 

Il lavoro è stato condotto in stretta collaborazione con la Sezione Dinamiche Geologiche e Territorio dell’ENEA CR Casaccia secondo le seguenti fasi:

progettazione di un intervento di sistemazione per la messa in sicurezza di alcune porzioni del centro storico.

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1.2. Cenni di storia

Il comune di Craco, in provincia di Matera (Fig.1.1), è situato in un’area collinare compresa tra i fiumi Agri e Cavone, entrambi i quali, più ad est, sfociano nel Golfo di Taranto.

L’antico centro abitato, sorge sulla sommità di una dorsale collinare che si estende in direzione NO-SE tra le incisioni dei torrenti Salandrella a NE e Bruscata a SO. Il paesaggio, tipico delle colline argillose del Materano, è caratterizzato da modesti ed isolati rilevi, sulle cime dei quali si trovano i più antichi centri abitati dell'area.


Fig. 1.2: panorama collinare dei dintorni di Craco, sono visibili le forme calanchive.

I fianchi delle alture sono, quasi ovunque, scarseggianti di vegetazione a causa del clima e della natura argillosa del terreno, e le forme che più caratterizzano il paesaggio, sono i calanchi, che si notano in vaste aree lungo i versanti (Fig.1.2). Le più antiche testimonianze che riguardano Craco risalgono all'VIII sec. a.C., riferibili ad alcune tombe rinvenute agli inizi del XX secolo dall'archeologo Vincenzo Di Cicco in contrada S. Angelo, che documenterebbero la presenza di un insediamento indigeno.


Fig.1.3: veduta di Craco, si nota il palazzo baronale costruito nella parte più alta del paese.

Notizie certe si hanno a partire dall’epoca medievale, periodo del quale rimane ancora oggi traccia, l’imponente torre normanna (Fig. in prima pagina), a pianta quadrangolare, che si eleva nella parte più altadella rupe su cui sorge il paese, e dalla quale si dominano la valle del Cavone e le colline di Stigliano; notizie storiche documentano l’esistenza di un feudo già nel 1239, che nel 1277 risulta abitato da 83 "fuochi", cioè famiglie, per un totale di circa 300-400 persone; nei secoli successivi, il feudo passa sotto l’autorità di diverse famiglie nobili che, a partire dal XVI secolo, danno inizio alla costruzione dei grandi palazzi nobiliari (Palazzo Grossi, Palazzo Madonna, Palazzo Simonetti, Palazzo Carbone), le cui mura ancora conservano alcuni colori e figure degli affreschi che ne ornavano gli interni (Fig. 1.3).

Il centro storico medioevale si sviluppava intorno alla torre, al complesso della chiesa Madre, la cui cupola, rivestita in cotto smaltato, indica un'influenza saracena, e al Palazzo Carbone. Questi edifici assieme alle più antiche abitazioni del borgo, evocano ancora oggi un particolare fascino per chi si addentra nei vicoli ormai invasi dalla vegetazione, lasciando percepire la vita che li animava; l’aspetto che attualmente si presenta ad un visitatore, è quello di un paese completamente distrutto (Figg.1.4 e 1.5), a causa dell’incuria del tempo e dei movimenti franosi, che negli anni hanno colpito i versanti che circondano l’abitato.

Segni di abbandono, in molti rioni, erano già visibili nei primi anni ottanta, a causa della mancanza di manutenzione, ma l'assenza dei residenti ha determinato negli anni successivi un vero e proprio assalto da parte di saccheggiatori, che hanno rimosso ogni sorta di oggetti dalle abitazioni e dai luoghi di culto: portali, ringhiere, infissi, rivestimenti, pavimenti, arredi, cori lignei (come quello di S. Pietro di rilevante pregio), statue e marmi; a tale risultato ha probabilmente contribuito l'indifferenza delle istituzioni locali, che non hanno prestato sufficiente interesse alla salvaguardia di questo luogo.


Fig.1.4: paese abbandonato, sullo sfondo si nota la nicchia della frana, oggi rimboschita

Nel frattempo, a partire dal 1977, Craco venne conosciuta e valorizzata dal mondo del cinema, che scelse i vicoli del paese come ambientazione di numerose e suggestive pellicole (Cristo si è fermato a Eboli, King David, Per grazia ricevuta).


Fig.1.5: Vista dell’antico centro storico; si nota la nicchia di distacco ed una parte del muro di sostegno su pali investito dalla frana del 1971.


Fig.1.6: zona urbanizzata

Il paese antico è attualmente disabitato in virtù di leggi che ne hanno imposto l’evacuazione, in seguito al progressivo peggioramento delle condizioni di stabilità dell'area. Il primo DPR risale al 23 aprile 1965 ed includeva Craco tra gli abitati da trasferire a cura e spese dello stato ai sensi della legge n. 445 del 9.7.1908; successivamente con DPR n.1393 del 14.10.1968 fu modificato il precedente decreto stabilendo solo un trasferimento parziale dell’abitato, circa i 2/3. Nel 1980-81, in seguito al terremoto (1980) e agli eventi alluvionali occorsi nel 1979 il paese è stato completamente trasferito in località Peschiera, nel fondovalle, alla confluenza del torrente Bruscata nel fiume Cavone.

L’unica area del colle, oggi ancora abitata, è il rione di S. Maria della Stella, che si trova nella parte ovest del rilievo; questo quartiere, costruito in seguito all’evacuazione del centro storico, è l’unico sulla dorsale collinare, ancora indenne da movimenti franosi.

Dal 1995, il comune di Craco ha iniziato una campagna di sensibilizzazione delle amministrazioni alle problematiche del paese antico, promovendo interventi di recupero di alcuni edifici, quali il Convento di S. Pietro ed il complesso scolastico (Fig1.6), a fini scientifici e culturali.

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1.3. Cronologia dei dissesti

Le prime testimonianze storiche di dissesti avvenuti a Craco risalgono alla seconda metà dell’ottocento, quando, nel 1870 e nel 1886 vengono registrati movimenti franosi che investono l’area.

Le successive notizie documentate risalgono al 1888, anno in cui venne costruito un muro di sostegno ad archi per la strada statale 103, che tuttora delimita il paese; tale opera venne eretta in prossimità del centro storico interessato dalla più attiva delle tre grandi ed antiche frane che coinvolgono il versante sud del rilievo (frana del centro storico). L'analisi storica ha permesso di ricostruire le dimensioni e le caratteristiche progettuali dell'opera: il muro aveva uno spessore di 3,5 m ed era fondato su pali che raggiungevano una profondità di 18 m, era inoltre dotato di drenaggio profondo e cunicoli di scarico che permettevano uno smaltimento delle acque verso valle.

Appena ultimata, secondo quanto riferiscono le cronache, la costruzione subì una deformazione di circa 20 cm verso valle; questo fatto pone in evidenza l’elevata attività della frana in quel periodo, e permette, inoltre, di ricavare indicazioni riguardo alla profondità della superficie di scivolamento. E' possibile infatti supporre che le fondazioni dell'opera fossero intestate in un substrato posto al di sotto della potenziale superficie di scivolamento, in quanto, in caso contrario, si sarebbe registrata una traslazione di parte del muro e non un semplice rigonfiamento. La superficie di rottura era quindi situata, con buona probabilità, ad una profondità dal piano campagna, inferiore a 18 m.

Ulteriori segnali di attività della frana del centro storico si registrano solo nel 1931, quando  furono necessari alcuni interventi di ristrutturazione all’opera di sostegno.

Nel 1952 iniziò la costruzione di un secondo muro di sostegno per la messa in sicurezza della statale 103, praticamente a prosecuzione dell'opera precedente, nella parte sud-est dell’abitato, interessata da una riattivazione dell'antica frana del convento di S. Pietro. L'opera di contenimento, che si elevava dal piano di fondazione per un massimo di venti metri, venne dotata di un drenaggio profondo lasciato inspiegabilmente senza scarico, operante pertanto un'azione dannosa sulla stabilità del movimento franoso (W. Brugner, 1963). A seguito di un sopralluogo effettuato nel 1963, dal Dr. Brugner del Servizio Geologico d’Italia, le cause della frana del convento furono attribuite alla presenza nel terreno di acque provenienti principalmente dai pozzi e dalle cisterne lasciati inutilizzati dopo la costruzione dell’acquedotto. Fu constatato, inoltre, che l’arco di richiamo di questa frana abbracciava la zona meridionale del paese (nell'area compresa tra via Melchiorre del Fico e via Marco Aurelio, Fig.1.7) con evidenze di lesioni agli edifici e al muro di sostegno; tuttavia, dalle osservazioni effettuate, questo fenomeno venne considerato di portata limitata, non manifestando effetti vistosi sulle strutture.

Nel 1954, a seguito di un periodo di apparente quiescenza dei movimenti franosi, venne costruito un campo da calcio nella zona a valle del muro del centro storico, che comportò un notevole apporto di volumi di terreno, per la costruzione del rilevato necessario ad ospitare la struttura sportiva; non venne probabilmente considerato il fatto che tale operazione avrebbe comportato un rilevante sovraccarico per il versante, in un’area dove le condizioni di stabilità erano evidentemente in una condizione di equilibrio limite. Nel novembre del 1959 l’area di Craco fu investita da un eccezionale evento piovoso; nella vicina stazione pluviografica di Pisticci furono registrati più di 400 mm di pioggia, caduta in cinque giorni consecutivi (Del Prete & Petley, 1982); a seguito di questo evento, si verificò la riattivazione della frana del centro storico, che  causò la distruzione del campo di calcio ed un esteso movimento del muro; si produssero anche consistenti lesioni agli edifici soprastanti, mentre al piede dello scorrimento risultò un innalzamento del terreno superiore a 20 m; dal fronte di questo rigonfiamento, in concomitanza di eventi piovosi successivi, è stato possibile osservare la fuoriuscita di acqua e fango che contribuivano ad alimentare la colata di materiale verso valle.

Importanti riattivazioni si registrarono nel dicembre del 1963, nel gennaio 1964, e nel gennaio del 1965. Nel sopralluogo del ’63, Brugner rilevò che la regione di richiamo della frana si trovava nella parte centrale del paese e tendeva ad allargarsi verso nord-ovest, mentre sul lato di sud-est tale area si univa alla zona di richiamo della frana del convento; egli osservò inoltre un ulteriore abbassamento di due metri del terreno alla base del muro, e  numerose lesioni ai lati dello stesso, provocate dall'incremento deformativo, che aveva superato allora i 50 cm.

A monte del muro, la sede stradale presentava un evidente abbassamento, mentre all'interno del centro abitato erano visibili nuove e gravi lesioni a strade ed edifici in corrispondenza di via San Felice e lungo un arco che, partendo da via Galliano, passava a monte di via Pagano fino a raggiungere largo Garibaldi. Decine di edifici compresi in tali aree furono sgomberati e recintati perché instabili (Fig.1.7).

Come per la frana del convento, Brugner riscontrò quale principale fattore causativo della frana, la progressiva imbibizione del terreno argilloso da parte delle acque di falda presenti nei conglomerati e nella coltre detritica superficiale, il cui flusso si sviluppa lungo il contatto stratigrafico con le argille. Successivamente, le azioni antropiche, quali i tagli nei terreni, l'escavazione di pozzi, le perdite dalla rete di distribuzione e da quella fognaria, sono le cause che hanno dato origine a nuove vie di infiltrazione e rotture di equilibri naturali, e che hanno prodotto una più rapida evoluzione del fenomeno di dissesto.

Durante la riattivazione del 1965 il muro di sostegno del centro storico venne definitivamente dislocato, subendo uno spostamento verticale di due metri ed una traslazione orizzontale di un metro, rendendo inagibile la strada soprastante; molte delle abitazioni al di sopra della strada statale subirono subsidenza e gravi lesioni, e 153 case vennero evacuate.

Considerando la traslazione che il muro di sostegno subì nel 1965, è possibile supporre che a tale data, la profondità della superficie di scorrimento fosse prossima al piano di fondazione dell'opera, essendo stata, quest'ultima, mobilitata nel suo complesso verso il basso.

Nel 1969 vennero registrate nuove attivazioni, e nel 1970, con gli stanziamenti del governo, si diede il via alla costruzione di un nuovo muro di sostegno a seguito dell’abbattimento di quello costruito nel 1888, ormai privo di qualunque funzione di sostegno. La nuova opera, formata da due imponenti piastre fondate su pali, e disposte a due quote diverse, risultava larga 4 m e lunga 60 m. Le fondazioni, costituite da file di pali contigui, di diametro 800 mm, raggiungevano una profondità superiore ai 30 m.

In seguito alla costruzione della nuova struttura, durante l'autunno del 1970, vennero registrali alcuni piccoli movimenti. Nell’aprile del 1971, infine,  avvenne il totale collasso dell’area disabitata, con la formazione di due grandi scarpate in mezzo al paese, una in piazza Garibaldi ed una poco più in basso della chiesa; delle due piattaforme su pali, quella posta più in basso venne coinvolta dalla frana per tutta la sua lunghezza e trascinata a valle dalla massa in movimento, mentre la piattaforma a quota superiore rimase in posto, subendo però una visibile disarticolazione. Anche le due frane laterali diedero in questa occasione segnali di riattivazione ed il paese venne quasi totalmente abbandonato.

Nel 1979, in seguito ad eventi alluvionali, si registra un progredire dei dissesti, mentre nel 1980 a seguito del terremoto dell'Irpinia, nell’abitato di Craco si verificarono numerosi danni anche nella parte del paese ancora abitata, coinvolgendo, tuttavia, poche famiglie. Non sono state reperite notizie riguardo a possibili movimenti di versante occorsi in quell'occasione.


Fig.1.7: pianta dell’area del paese oggi distrutto; sono riconoscibili le vie indicate nella relazione di Brugner, 1963

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1.4. Realizzazione del progetto GIS

Grazie ai dati ricavati dalle indagini di campagna e all’osservazione delle foto aeree, sono stati digitalizzati sul GIS, tutti quegli strati informativi relativi alle caratteristiche geologiche, morfologiche e di uso del suolo del territorio in esame. Contemporaneamente alla digitalizzazione di ogni singolo strato informativo,  è stato costruito un database contenente le caratteristiche ed i parametri relativi ai singoli oggetti contenuti nello strato.

In questo modo sono state prodotte diverse carte tematiche in formato vettoriale, quali:

-          Carta inventario dei dissesti (Tav. 1)

-          Carte Geomorfologiche (Tavv. 2, 3 e 4)

-          Carta Geologica (Tav. 5)

-          Carta Litotecnica (Tav. 6)

-          Carta Idrogeologica (Tav. 7)

-          Carta dell’Uso del Suolo (Tav. 8)

Una volta acquisita la base topografica sono stati inizialmente digitalizzati gli strati informativi relativi ai limiti del bacino, alle vie di comunicazione, al centro abitato, al sistema idrografico.

Attraverso l’utilizzo del programma AutoCad 2000, e principalmente del modulo CadOverlay, sono state digitalizzate le curve di livello rappresentate sulla cartografia di base, e successivamente importate in Arcview, a formare un ulteriore strato informativo. Dopo aver assegnato, ad ogni curva la relativa elevazione si è proceduto alla creazione del Modello Digitale del Terreno, DEM (Digital Elevation Model). Quest’ultimo è stato generato attraverso diverse prove ed iterazioni, scartando quelle con più errori; si sono utilizzate le curve di livello, aggiungendo come breaklines, la rete idrografica e la rete stradale, e come punti di appoggio, numerosi punti quotati equidistribuiti su tutto il bacino, digitalizzati in un ulteriore strato informativo. Le breaklines ed i punti quotati, sono serviti per l’acquisizione di una migliore risoluzione di particolari forme morfologiche (scarpate, rotture di pendio), difficilmente riscontrabili da una sola acquisizione automatica delle curve di livello. Il risultato ottenuto è riportato in Tavola 9, in cui viene fornito il modello come TIN (Triangular Irregular Network).

Dal DEM, sono stati in seguito derivati, in automatico in Arcview, altri due importanti parametri del terreno, quali l’acclività dei versanti, divisa per classi di pendenza, e l’esposizione dei versanti rispetto al nord (Tav. 10).

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