3.  fase interpretativa

 

3.1.     Il rischio di inondazione

3.2.     Il danno da piena

3.3.     Danno aspettato annuo

3.4.     Metodologie di calcolo del danno

3.4.1 Modello ad isotiranti

3.4.2 Modello raster

3.5.     Stima del valore del bene

3.6.     Definizione del grado di Vulnerabilità

3.7.     Progettazione basata sul rischio

 

 Indice Fascicolo V

 

3.1 Il rischio di inondazione

Nella percezione comune il rischio è dato dalla combinazione delle eventualità che si verifichi una contingenza sfavorevole con le conseguenze più o meno gravi che questo potrà comportare. Anche se il grado di rischio è quantificabile in maniera abbastanza obiettiva, il rischio esiste soltanto se comporta un danno. La percezione e l’accettazione del rischio associato ad una determinata situazione dipendono da molti fattori tra i quali citiamo: la possibilità di assumere volontariamente il rischio, la familiarità dei soggetti con la situazione che li minaccia, il numero di persone coinvolte, la loro predisposizione psicologica e culturale alla sopportazione del fatto dannoso, la episodicità e la vicinanza del pericolo.

Una calamità che si verifica piuttosto raramente se percepita come evitabile mediante precauzioni viene difficilmente accettata. Le inondazioni vengono sempre più considerate come un fatto estraneo alla vita della comunità e tendono ad essere rifiutate.

Per poter dare una definizione del rischio è necessario introdurre un altro concetto fondamentale per la trattazione così come accettato da gran parte del mondo scientifico: il pericolo.

Il pericolo si definisce come la proprietà o la qualità intrinseca di un determinato fattore o fenomeno (nel nostro caso una piena fluviale) avente il potenziale di fare danni.

Si può così introdurre la definizione di rischio, come “la misura quantitativa degli effetti del verificarsi di una situazione di pericolo caratterizzata da un’assegnata probabilità”. Secondo questa definizione, il rischio sussiste solo se l’evento temuto comporta un danno. Va peraltro osservato che il verificarsi di un danno è spesso considerato implicito negli eventi pericolosi classificati tali, secondo il senso comune, solo quando sono capaci di arrecare danno a cose o persone. Il crollo di una casa, un incidente stradale, l’inondazione di un corso d’acqua, l’accadimento di un terremoto, il distacco di una frana, l’incendio di un bosco,…, implicitamente includono anche la categoria di danno, secondo la convenzionalità del linguaggio basato sull’esperienza collettiva.

Il rischio non rappresenta, quindi, la probabilità del verificarsi di un evento avverso, bensì l'effetto quantitativo medio conseguente al verificarsi del fenomeno in esame. In particolare per un territorio soggetto a potenziale evento avverso, il rischio, inteso come valore atteso delle conseguenze dell'evento, può essere così definito (Macchia e Marrone, 1996):

                                                                                        (3.1)

dove:

-          P (hazard) è la probabilità che si verifichi l'evento temuto;

-          D è il valore atteso delle conseguenze dell'evento (danno economico o altre forme di perdita)

La probabilità P o hazard può in alcuni casi essere riferita anche ad un orizzonte temporale di previsione t. Il danno D, quando valutabile in termini monetari, risulta pari al prodotto dell'entità o valore V degli elementi esposti a rischio per il grado di vulnerabilità Gv, che rappresenta la quota (adimensionale) di V che viene perduta a causa del verificarsi dell'evento.

                                                                                                  (3.2)

pertanto, se l’entità degli elementi a rischio può considerarsi indipendente dalla gravità dell’evento, si ha :

                                                                                              (3.3)

dove GVm rappresenta il valor medio della vulnerabilità.

Conseguentemente si ricava il valore del rischio:  

                                                                                     (3.4)

dove Nmt rappresenta il numero atteso di eventi nell'intervallo t.

In termini meno formali, il rischio espresso dalla (3.1), può essere interpretato anche come danno associato all’evento sfavorevole ripartito su tutti gli eventi possibili, ovvero come una rata annualizzata del danno temuto, o danno medio.

La precedente definizione spiega in modo esatto la nozione di rischio per un’assegnata intensità dell’evento considerato, valutando anche in termini integrali il rischio cumulato fino all’evento di soglia. E’ questo il caso tipico che si presenta analizzando gli effetti di piene di assegnata frequenza che includono come possibilità di danneggiamento tutti gli eventi di magnitudo minore.

Occorre sin da adesso sottolineare la notevole complessità connessa con la determinazione del rischio, qualsiasi sia il fenomeno considerato, a causa della scarsa conoscenza quantitativa della probabilità del verificarsi di alcuni fenomeni naturali, dell'elevata non linearità di azione, specificatamente in termini di danno arrecato, in relazione alla dinamica dell'evento, alla sua persistenza temporale, alla presenza di effetti di soglia, singoli o multipli, ed infine per effetto dell'estensione spaziale cui tali metodologie debbono essere impiegate.

Le difficoltà di taratura dei modelli probabilistici dipendono dalla frequente carenza di dati disponibili, che rappresentano il più delle volte il punto di partenza delle elaborazioni condotte per la valutazione del rischio. Appare pertanto necessaria una verifica critica preliminare delle metodologie che si intendono adottare alla luce dei dati di cui ragionevolmente si ritiene di poter disporre, principalmente per effetto della stretta correlazione esistente fra le scale spaziali e temporali dei fenomeni indagati.

Aspetto fondamentale riguardante qualsiasi tipologia di rischio è la previsione intesa come attività essenzialmente conoscitiva ed orientata allo studio od alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone di territorio soggetto ai rischi stessi.

Oltre agli aspetti previsionali del rischio, occorre tenere in particolare considerazione le misure di prevenzione che comprendono invece le attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione.

Attraverso le misure preventive si intendono ridurre gli effetti della calamità mediante provvedimenti attuabili prima che l'evento temuto si verifichi.

Gli interventi di prevenzione dei rischi richiedono, per essere efficaci, lo sviluppo di un'adeguata capacità di previsione che consenta di individuare nelle diverse aree del territorio nazionale e per ciascun tipo di rischio, quali siano le zone potenzialmente interessate (aree vulnerabili) e la dimensione della vulnerabilità, cioè la dimensione delle persone e dei beni presenti in tali zone.

Risulta quindi di grande utilità la conoscenza delle aree che nel passato sono già state colpite da eventi calamitosi (aree vulnerate). Le caratteristiche di elevata ripetitività dei fenomeni di inondazione, fanno ritenere che un'aliquota consistente degli eventi dannosi che potranno verificarsi nel futuro, sia costituita da eventi che sostanzialmente si ripropongono con caratteristiche in parte analoghe a fenomeni verificatesi nel passato.

L'analisi storico-retrospettiva degli eventi di piena costituisce la principale base per la definizione e la mappatura del rischio di inondazione.  

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3.2 Il danno da piena

La stima dei danni da inondazione ha grande importanza ai fini della mitigazione degli effetti prodotti sulla popolazione, sulle infrastrutture e più in generale sui beni presenti sul territorio.

Esistono due approcci di base nella valutazione dei danni da piena (Penning-Roswell et al. 1977). Per molto tempo, l’approccio tradizionale al problema si è basato su una valutazione a posteriori (ex-post) del danno prodotto a seguito di eventi reali (danno attuale). Tale approccio, che prevede l’analisi delle conseguenze delle inondazioni avvenute, benché apparentemente più rigoroso, presenta tuttavia molte limitazioni, legate soprattutto alla difficoltà di registrare e quantificare i danni prodotti dall’inondazione. Infatti, l’adozione di misure per la mitigazione del rischio non è normalmente possibile valutando eventi singoli la cui probabilità di accadimento spesso è inadeguata per la progettazione di opere di salvaguardia per eventi di maggiore intensità. Inoltre non sempre nelle aree sensibili si sono già verificati eventi di intensità apprezzabile e adeguatamente documentati negli effetti.

Negli ultimi anni, si è andata quindi affermando l’esigenza di una valutazione a priori (ex-ante) dei danni da inondazione, basata cioè sul valore atteso del danno (danno potenziale) per eventi di assegnata probabilità di accadimento. Tale valutazione è di supporto alla fase decisionale in numerosi campi applicativi, dalla pianificazione territoriale, alla protezione civile fino alla progettazione di misure strutturali di mitigazione. La metodologia proposta non presuppone che l’evento calamitoso sia accaduto ed è quindi applicabile in maniera generale a qualsiasi area. L’analisi a posteriori è comunque sempre opportuna quale base di taratura delle simulazioni numeriche per la stima del danno da inondazione.

Nelle successive valutazioni sarà considerato il solo danno tangibile diretto, mentre saranno trascurati i contributi relativi al danno intangibile e al danno tangibile indiretto (Fig. 1 ).

La distinzione tra danno tangibile e danno intangibile si basa sul fatto di poter assegnare o meno un valore monetario alle conseguenze dell’inondazione. Il danno diretto, invece, è il risultato del contatto fisico dell’acqua di piena con i beni danneggiabili.

Fig. 1 – danno tangibile, diretto intangibile, tangibile indiretti

 

L’intensità del danno è proporzionale ai costi di restauro del bene per riportarlo nelle condizioni esistenti prima dell’evento di piena o al suo valore di mercato se il restauro non è conveniente. Il danno indiretto riguarda le perdite causate dall’interruzione delle infrastrutture di supporto alle attività produttive ed economiche (interruzione del traffico, rallentamento della mobilità, interruzioni della fornitura di servizi a rete, ecc.). (Penning-Roswell et al. 1977).  
Il danno diretto, infine, è funzione dei vari fattori connessi, sia con l’area a rischio, come l’uso del suolo e la sua vulnerabilità, sia con le caratteristiche dell’evento di piena.  
Per quanto riguarda quest’ultime, le grandezze necessarie per descrivere l’intensità di piena e i danni da questa direttamente provocati sui beni materiali presenti sono molteplici: altezza locale massima raggiunta dall’acqua, velocità locale, erosione, trasporto e deposizione di materiale solido, rapidità di comparsa del fenomeno, sua durata e momento in cui si verifica, particolarità delle situazioni locali e delle circostanze che possono aumentare o diminuire anche considerevolmente i danni (efficacia di sistemi approntati, possibilità di spostare materiali o mezzi, ecc.).

Allo stato attuale delle conoscenze risulta tuttavia molto difficile stimare in modo attendibile tutti questi dati, come resta difficile stimare il valore economico dei beni e la loro percentuale di danneggiamento e addirittura impossibile prevedere, se non in modo generico, le circostanze ed i periodi di accadimento delle piene.  
Viene pertanto assunto che sia possibile utilizzare una sola grandezza (quella maggiormente significativa) per descrivere l’intensità di una piena. Tipicamente una grandezza che può essere utilizzata è la profondità massima localmente raggiunta dall’acqua. Questa semplificazione presenta certamente dei limiti, ma consente la realizzazione di una procedura applicabile e relativamente poco onerosa per stabilire la danneggiabilità degli oggetti presenti sul territorio. (P. Molinaro, A. De Filippo et al., 1995).

Assumendo che l’altezza d’acqua massima raggiunta possa essere ovunque utilizzata per descrivere l’intensità di piena, un primo approccio prevede la rappresentazione dell’area interessata da inondazione mediante isotiranti o poligoni caratterizzati da egual valore dell’altezza raggiunta dall’acqua (ß modello ad isotiranti al par. 2.3.3). Nella determinazione di tali poligoni e nella scelta delle classi di altezza da utilizzare per descrivere in maniera discreta l’intensità della piena è necessario tenere conto che il fenomeno deve essere descritto con un dettaglio che sia simile a quello disponibile per la descrizione della danneggiabilità degli oggetti presenti sul territorio e coinvolti dalla piena.  
Questo modello, che verrà in seguito indicato come modello a isotiranti e brevemente descritto successivamente, viene messo a confronto con una seconda procedura per la stima dei danni da inondazione indicata come modello raster che sarà descritta nel dettaglio.

La procedura di rasterizzazione fornisce in output una descrizione continua e con dettaglio dell’ordine del passo della cella, sia in termini di altezza dell’acqua che di vulnerabilità del territorio interessato dall’inondazione.

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3.3 Danno aspettato annuo (EAD)

L’”analisi del danno” prevede la valutazione del beneficio apportato da una misura di protezione dalle piene, beneficio che sarà quantizzato dal valore del danno con o senza l’intervento di mitigazione.

La stima del rischio associato a fenomeni alluvionali naturali, è stato efficacemente codificato da Lotti (1994) e successivamente ripreso in altri contributi, senza tuttavia significative modifiche metodologiche. La nozione di rischio, come già accennato precedentemente, può essere intesa come una attualizzazione a tasso nullo dei danni causati da eventi di piena, fino ad una soglia limite fissata.

Tale parametro, indicato in letteratura anglosassone anche con il termine Expected Annual Damage (EAD), equivale, in termini analitici, all’integrale della curva danno – frequenza di superamento e può interpretarsi come una rateazione annua del danno che si prevede possa accadere in futuro.

Per pervenire alla curva danno – frequenza di superamento, la cui costruzione è sempre empirica, si procede combinando le relazioni:

-          danno - portata (oppure danno - altezza): deriva dalla soluzione idraulica del problema di inondazione, noti vulnerabilità e valore economico dei beni vulnerati; rappresenta il danno economico causato dai vari livelli di piena in una determinata area;

-          portata - frequenza di superamento (oppure altezza - frequenza di superamento): scaturisce dalle usuali analisi in frequenza degli eventi di piena.

Il processo logico per pervenire alla curva danno- frequenza di superamento è illustrato in modo qualitativo in Fig2, nella quale sono rappresentate le diverse fasi della procedura:

a)      analisi idraulica e definizione dello stato idraulico di piena per assegnata portata;

b)      analisi delle classi di danno e della vulnerabilità in funzione del tirante idrico;

c)      analisi di frequenza degli eventi di piena;

d)      costruzione per punti della funzione danno-frequenza di superamento.  

 

  Fig. 18 - Stima della curva frequenza di superamento-danno (Moser, 1997). L’area tratteggiata rappresenta il Danno Aspettato Annuo

 

In termini formali, indicando con D(qd) la funzione danno-portata e con f(qd) la densità di frequenza della portata di piena, allora EAD può essere espresso come:

                                          (3.5)

  dove

qc rappresenta la soglia di dannosità, cioè la portata al di sotto della quale il danno può ritenersi nullo

qi rappresenta la soglia di inaccettabilità, cioè la portata al di sopra della quale non ha più senso parlare di valutazione del danno, in quanto il danno risulta inaccettabile

Nelle applicazioni pratiche la valutazione del danno aspettato annuo si fa utilizzando un’integrazione numerica, considerando la difficoltà legata alla determinazione di una formula matematica esprimente le funzioni D(qd) e f(qd). Quindi l’area colorata in figura può essere approssimata con:

                                             (3.6)

in cui qj è un valore di portata maggiore o uguale a qc.

La costruzione per punti della curva di danno-frequenza è efficacemente rappresentata dalla figura 3., nella quale si presuppone già implementato il modello di danno che riassume le procedure per la soluzione del problema idraulico e per la stima economica del danno ad esso associato.

La soluzione iterativa del modello di danno per portate di piena di tempo di ritorno crescente, fornisce la curva suddetta.

 

Fig 3 costruzione per punti della curva di danno-frequenza

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3.4  Metodologie di calcolo del danno

3.4.1 Metodo ad isotiranti

Per la valutazione del danno risulta necessario apprezzare l’ordine di grandezza del tirante idrico in corrispondenza di ogni bene ricadente nell’area di inondazione. Tale problema è risolto individuando le linee sul terreno, caratterizzate dallo stesso tirante idrico (isotiranti) ed individuando quindi, per fasce, le zone caratterizzate da un tirante medio e per intersezione gli edifici o beni interessati.

La definizione e il tracciamento delle isotiranti è necessario per la valutazione del grado di  vulnerabilità dell’area soggetta a rischio idraulico.

Riassumiamo nei seguenti passi la metodologia meglio descritta nel diagramma di flusso di Fig. 19:

-      Modellazione della superficie del pelo libero mediante isotiranti (ß par. 2.3.3) e trasferimento in cartografia dei limiti delle aree inondabili e delle curve isotiranti;

-       Individuazione all’interno dell’area di interesse delle singolarità delle quali si vuole mettere in luce il livello di rischio idraulico ed il grado di vulnerabilità;

-       Analisi sul tipo ed uso dell’area interessata da potenziale inondazione;

-       Scelta delle classi di danno;

-       Definizione delle curve di vulnerabilità: curve danno percentuale - altezza dell’acqua; danno percentuale – velocità dell’acqua; danno percentuale – durata del fenomeno esondativo (permanenza dell’acqua sulla struttura) o definizione di  eventuali altri parametri che risultino rilevanti ai fini della valutazione di danno;

-       Valutazione del tirante in corrispondenza della singolarità o dell’area di studio: a favore di sicurezza, valutando in eccesso il danno, all’area compresa tra due isotiranti contigue è assegnato il tirante massimo;

-       Valutazione del grado di vulnerabilità: è realizzata componendo i dati ottenuti dalle curve di danno percentuale con la carta delle isotiranti; in pratica ad ogni valore del tirante è biunivocamente associato un valore di danno percentuale (percentuale del valore del bene che viene perduta per effetto dell’inondazione);

-        Calcolo del danno totale in funzione del tempo di ritorno (TR): è ricavato dalla sommatoria, estesa all’intera area di studio, dei valori ottenuti moltiplicando il valore dei beni a rischio per la relativa vulnerabilità; al valore di danno così ottenuto resterà poi associato un valore di rischio, inteso come prodotto del danno per l’inverso del tempo di ritorno;

-       Costruzione della curva danno totale – frequenza di superamento: si ottiene riportando nel piano danno totale - frequenza di superamento  i punti ottenuti dalle simulazioni per vari TR ed interpolando opportunamente;

-        Calcolo del danno aspettato annuo: dall’integrazione della curva danno totale – frequenza di superamento.


Fig 3 - Modello ad isotiranti e diagramma di flusso

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3.4.2 Modello raster

Il modello a isotiranti fornisce una rappresentazione dell’area di inondazione di tipo discreto e strettamente dipendente dal passo scelto per il tracciamento delle linee di egual tirante. Ovviamente all’aumentare del passo di intersezione, ovvero all’aumentare del rapporto tra passo di intersezione e ampiezza della maglia del DEM di base, l’accuratezza del modello diminuisce, né appare conveniente aumentare eccessivamente il numero delle isotiranti, data l’onerosità delle procedure di intersezione e correzione.

E’ stato quindi messo a punto un secondo modello, indicato come metodo raster, che consente invece di ottenere una rappresentazione pressoché continua dell’area interessata da potenziale inondazione. Il modello si basa, infatti, sulla costruzione di un grid del tirante con accuratezza pari al passo del modello digitale del terreno.

Per poter effettuare tutte le operazioni di analisi spaziale è poi necessario che i restanti tematismi (uso del suolo, ecc.) vengano convertiti in formato grid; i tempi di calcolo di queste operazioni sono relativamente contenuti.

L’applicazione di tale modello ad un’analisi di valutazione del danno da piena, illustrata sinteticamente nel diagramma di flusso di Fig. 20, procede quindi attraverso i seguenti passi:

-        Modellazione idraulica in regime stazionario;

-        Rappresentazione della superficie di inondazione mediante TIN;

-       Conversione in DEM del modello spaziale del piano di inondazione (l’attributo di ciascuna cella è costituito dal valore dell’altezza idrica in corrispondenza del baricentro della cella stessa);

-        Costruzione del raster del tirante mediante combinazione del DEM di inondazione e del DEM del etrreno (l’attributo di ciascuna cella è costituito dal avlore del tirante in corrispondenza del baricentro della cella stessa);

-        Conversione della copertura di uso del suolo in formato raster con passo pari all’ampiezza della cella nel DEM del terreno;

-        Valutazione della vulnerabilità (curve danno percentuale - altezza di inondazione);

-        Costruzione delle carte di vulnerabilità idraulica in formato grid;

-        Calcolo del danno totale associato all’evento di piena di frequenza assegnata;

-        Definizione della curva danno totale- frequenza di superamento.



Fig. 20 - Modello raster: Diagramma di flusso

 

Fig. Modello raster

 

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3.4.3 Confronto

I due modelli appena descritti costituiscono due approcci alternativi che presentano differenze sostanziali in termini di:

-         capacità di rappresentare l’area interessata da inondazione;

-         semplicità di elaborazione ed implementazione;

-         onerosità delle procedure di calcolo;

-         applicabilità ai fini della valutazione del danno da piena.

Come già anticipato al paragrafo 2.3.3, il modello ad isotiranti fornisce una rappresentazione dell’area di inondazione di tipo “discreto” e strettamente dipendente dal passo scelto per il tracciamento delle linee di egual tirante.

La modellazione raster risulta invece decisamente più adeguata alla rappresentazione di una grandezza continua quale il tirante idrico e consente di raggiungere accuratezze pari al passo del DEM del terreno.

La procedura ad isotiranti è inoltre un modello concettualmente semplice, ma risulta tuttavia estremamente complesso da applicare nella pratica, poiché richiede una lunga preparazione dei dati di input, tempi di calcolo ancora non accettabili ed, in aggiunta, una laboriosa operazione di correzione delle linee finali ottenute. Ciascuna polilinea prodotta dalla procedura di intersezione superficie di inondazione - terreno risulta infatti estremamente “frastagliata” e composta da un gran numero di vertici (uno per ognuna delle celle di intersezione). Alle isotiranti dovranno quindi essere applicate apposite procedure di correzione (riduzione dei vertici, smussamento degli angoli, eliminazione delle aree chiuse minori di una soglia fissata), mentre la perimetrazione finale dell’area di inondazione si ottiene soltanto dopo un’attenta analisi per sovrapposizione con una fotocarta dell’area di studio.

Al variare del tempo di ritorno dell’evento di piena, tutte le operazioni di intersezione e correzione devono, poi, essere ripetute.

Le operazioni richieste nel caso di un modello raster si limitano invece alla sola riconversione del TIN in un modello a maglia quadrata omologo al DEM, con tempi di elaborazione decisamente più contenuti. Si deduce quindi che, nel caso di analisi che richiedano la valutazione di numerosi scenari, come per analisi costi-benefici per la scelta di misure di mitigazione, il modello raster risulta preferibile.

Le informazioni di dettaglio contenute nella modellazione raster consentono poi di ricavare, mediante semplici tecniche di interpolazione, ormai disponibili anche nei normali software commerciali, le linee di egual tirante, mentre il processo di trasformazione opposto è di difficile implementazione.

Inoltre il modello raster tende a risultare più efficiente nella valutazione di problemi che coinvolgono diverse combinazioni matematiche di dati in layer multipli, come ad esempio la gestione di più classi di danno ciascuna caratterizzata da una differente curva di vulnerabilità.

Per contro però la rappresentazione raster risulta meno flessibile non consentendo, se non con apposite procedure, di intervenire sul valore di singole celle; sono infatti di difficile esecuzione: variazioni locali di un attributo, eliminazione di areole di dimensione inferiore ad un prefissato range, differenziazione della natura delle aree interessate da inondazione diretta/indiretta/di crollo.

Ad esempio, dovendo variare la destinazione d’uso del suolo di una determinata area, nel modello ad isotiranti sarà sufficiente intervenire in maniera locale sulla banca dati associata all’elemento poligonale considerato; nel modello raster invece si dovrà procedere ad una nuova riconversione della carta di uso del suolo in formato grid. Ciò può diventare quindi un elemento non trascurabile ai fini di eventuali aggiornamenti successivi del modello-dati.

In sintesi si può quindi concludere come il modello raster risulta più orientato all’analisi, mentre il modello ad isotiranti risulta più orientato agli oggetti e alla sintesi.

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3.5 Stima del valore del bene

Per poter procedere ad una stima del danno prodotto dall’inondazione di una determinata area, è necessario quantificare preliminarmente il valore dei beni interessati dall’evento.  
Tale valore, nel caso dell’edificato ad uso abitativo, produttivo e di servizio deve considerare sia il valore della struttura, sia il valore dei beni in essa contenuti.  
Infatti, secondo l’approccio classico proposto da US Hydrologic Engineering Center, vengono distinti struttura e contenuto.

Entrambi i valori dipendono dalla tipologia merceologica e dalla destinazione d’uso del bene: in particolare, il primo è ricavabile a partire dai prezzi di mercato della zona di interesse; il secondo è generalmente stimato assumendo una relazione di diretta proporzionalità fra il valore della struttura e dei beni in essa contenuti e definendo per le diverse tipologie merceologiche il valore del rapporto valore contenuto/valore struttura.  
Di solito i valori unitari (valori per unità d’area [unità monetarie/m2]) relativi alla sola struttura sono desumibili dal “Listino dei Prezzi degli immobili” della Borsa Immobiliare della regione di interesse aggiornati al mese corrente e disponibili presso le omologhe Camere di commercio.  
Le quantità così stimate rappresentano i possibili valori unitari di riferimento per la stima dei danni da piena, una volta che sia espressa la legge di vulnerabilità.  

Un’ultima considerazione riguarda gli edifici destinati a pubblici servizi (scuole, ospedali, ecc.) Si può ritenere ragionevolmente corretto un valore unitario della struttura analogo a quello di edifici ad uso abitativo adiacenti. Differenze sostanziali riguarderanno invece il valore del contenuto, che di norma viene stimato in base ai valori medi del rapporto contenuto/struttura per le diverse destinazioni disponibili in letteratura (US Army Corps of Engineers Hydrologic Engineering Center, 1988; P. De Lotto, G. Testa, 2002)

Tab.3 - Valori del rapporto contenuto/struttura (P. De Lotto, G.Testa)

Mean values of building contents

Building use

Content vs, Stucture value

Residence

0.5

Shops

2

Shopping Center

2

Industries

3.5

Public services

2

Per quanto riguarda l’edificato continuo, eneralmente cfoincidente con le zone centrali di città o frazioni ad alta densità abitativa, andrà invece messa in conto la presenza frequente di edifici a molteplice destinazione d’uso (es. negozi al piano terra di unità abitative). Per questa categoria è necessario correggere i valori tabulati con opportuni coefficienti eventualmente tarati su base comunale.  
Moltiplicando i valori del rapporto contenuto/struttura per il valore totale della struttura si ottiene quindi il valore totale del contenuto ed infine, dalla somma dei due, il valore totale del bene.  
Nel caso in cui i beni a rischio siano di particolare pregio e comunque non riconoscibili in precise categorie note in letteratura si può procedere nel modo seguente.

Il valore è un elemento adimensionale, appartenente ad una scala di pregio definita da un esperto in materia in grado di quantizzare il pregio dei beni a rischio relativamente al loro valore artistico.  
In definitiva dovrà risultare una tabella (vedi Tabella 2) in cui è riportata la scala, la descrizione del bene ed eventualmente qualche commento che motivi il tipo di collocazione all’interno dell’intervallo di valori.

 

Tab. 4 - Scala di pregio del bene a rischio  

SCALA

DESCRIZIONE

COMMENTI

1

…………………………………………

…………………

2

…………………………………………

…………………

3

…………………………………………

…………………

4

…………………………………………

…………………

5

…………………………………………

…………………

6

…………………………………………

…………………

7

…………………………………………

…………………

8

…………………………………………

…………………

9

…………………………………………

…………………

10

…………………………………………

…………………

 

La definizione del numero delle classi e la scelta da associare al bene in questione è rimandata a personale tecnico qualificato. La valutazione e l’analisi del tipo e valore del bene esposto al rischio esige infatti il coinvolgimento operativo di professionalità specializzate, ed eventualmente anche di più figure professionali di diverso profilo (expert opinions), al fine di garantire l’integrazione tra gli aspetti tecnici e quelli più prettamente storico-artistici.

E’ bene utilizzare una classificazione disgiunta tra beni materiali e persone; l’incolumità della popolazione può essere legata, per un centro abitato o per le infrastrutture viarie, all’indice di densità di abitazioni.

Come esposto in precedenza anche in questo caso è possibile creare un scala di valori adimensionali, come mostrato nell’esempio di tabella 5, in cui sono messi in relazione i valori con l’indice di densità di abitazioni.

Tab. 5 - Scala di pregio del bene a rischio

VALORE

INDICE DENSITA’ ABITAZIONI

1

<1      abitazioni/ha

2

1-10   abitazioni/ha

3

10-25 abitazioni/ha

4

>25    abitazioni/ha

 

3.6   Definizione del grado di vulnerabilità

L’andamento del danno percentuale con il livello dell’acqua sopra al piano terra (o altre variabili) definisce la curva di vulnerabilità di un immobile, cioè la relazione fra il danno percentuale e la quota del tirante idrico in funzione delle destinazioni d’uso dell’edificio o suolo inondato.

Il danno è funzione dell’altezza dell’acqua sopra al piano terra delle strutture coinvolte e la perdita economica sarà tanto più gravosa quanto maggiore è l’altezza dell’acqua sull’edificio.

La letteratura, in particolare quella Americana, offre una vasta gamma di curve di vulnerabilità tipicamente ricavate da rilievi post-inondazione o da giudizi di esperti, relative a differenti categorie di danno.

La categoria di danno è riferita ad una o più tipologie di edifici o suolo accomunate da un medesimo comportamento ai fini della valutazione del danno da piena cioè caratterizzate da una stessa curva di vulnerabilità.

Nel caso in cui il bene a rischio non sia collocabile in una ben definita categoria tipologica, per particolari caratteristiche legate all’unicità o pregio dell’opera è necessario costruire ad hoc una curva di vulnerabilità.  
A questo proposito è bene chiamare in causa opinioni di esperti, catalogare valori di danno rilevati su strutture similari in altre occasioni di inondazione, evidenziare caratteristiche come la durabilità, la corrodibilità dei materiali costruttivi delle strutture vulnerate.

L’elaborazione di tutti questi dati deve mettere in relazione il danno percentuale con una o più variabili come l’altezza dell’acqua, la velocità, la durata di permanenza della piena nel sito o altre come il numero di abitanti e la densità di abitazioni per un centro storico o il grado di frequentazione per le infrastrutture viarie.  
Dai dati assunti potrà essere ricavata l’espressione analitica delle curve di vulnerabilità.

L’andamento della funzione può essere rappresentato in forma continua (per interpolazione dei dati puntuali) oppure più semplicemente con una funzione a gradini come mostrato in tabella 6.  
Qualsiasi sia la variabile considerata, la funzione vulnerabilità tende comunque, per valori del tirante superiori ad una certa soglia (L,M,N), ad 1 ovvero al 100% di danno.

Un maggiore grado di dettaglio dell’analisi può essere raggiunto prendendo in considerazione, oltre che la vulnerabilità dell’edificio o struttura in esame, anche il suo contenuto.  
A tal proposito, è necessario costruire, come nel caso della struttura, delle curve danno percentuale - altezza dell’acqua; danno percentuale – velocità dell’acqua; danno percentuale – durata del fenomeno esondativo (permanenza dell’acqua all’interno della struttura) e definendo altri parametri se risultano rilevanti ai fini della valutazione di danno, anche per il contenuto della struttura.

 

Tab. 6 - Grado di vulnerabilità dell’opera.  

OPERA

…………………………………………………………………

DESCRIZIONE

…………………………………………………………………

 

TIRANTE

VELOCITA’

DURATA

ALTRO

Variabile

Funzione

Variabile

Funzione

Variabile

Funzione

 

0<h< h1

D = f(h)

0<v< v1

D4 = f(v)

0<d< d1

D8 = f(d)

 

 h1<h< h2

D1 = f(h)

 v1<v< v2

D5 = f(v)

 d1<d< d2

D9 = f(d)

 

h2<h< h3

D2 = f(h)

v2<v< v3

D6 = f(v)

d2<d< d3

D10 = f(d)

 

h2<h< L

D3 = 1

v2<v< M

D7 = 1

d2<d< N

D11 = 1

 

 

 

 

 

 

 

             

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3.7 Progettazione basata sul rischio

La valutazione del rischio, come attività finale delle analisi idrauliche ed economiche illustrate, può avere due valenze principali: analisi del livello di rischio per attività di pianificazione e protezione civile; analisi comparata di diverse soluzioni di intervento finalizate alla difesa dalle inondazioni.  
Il primo aspetto attiene direttamente agli enti pubblici territoriali che, per compiti istituzxionali, devono occuparsi della pianificazione e difesa del territorio (Autorità di Bacino, Regioni, Servizi di Protezione Civile).  
Riguardo al secondo aspetto, la valutazione del rischio consente, infatti, la valutazione del beneficio apportato da una misura di protezione, inteso come diminuzione del rischio rispetto a quello associato allo scenario zero (assenza di misure di protezione).

La valutazione procede prendendo in considerazione vari scenari di intervento; il primo scenario rappresenta le condizioni di base, quindi una valutazione delle condizioni esistenti; gli scenari successivi contengono ognuno una soluzione alternativa per la mitigazione delle piene. Per tutti gli interventi sarà valutato il valore del danno e dal loro confronto con il primo scenario si ottiene la riduzione del danno e dunque il beneficio.  
I dati di danno sono tabulati per varie categorie significative che possono anche essere differenti da tratto a tratto. Le informazioni sulla locazione del danno di tratto devono essere specificate in maniera da riassumere la situazione in tutto il bacino. I due calcoli di base dell’analisi del danno sono la modificazione della curva di frequenza e la valutazione del danno aspettato annuo, le misure strutturali influenzano la curva di frequenza di superamento - portata mentre le non strutturali intervengono sulle relazioni di danno senza intervenire sulla portata.

 

 

 

 

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