1. DEFINIZIONE  DI  FRANA

 

 

1.1 Classificazione dei fenomeni franosi  

1.2 Tipologia del materiale coinvolto

1.3 Stato di attività

1.4 Distribuzione di attività

1.5 Stile di attività

1.6 Metodologie di indagine per la caratterizzazione delle formazioni coinvolte nei dissesti

 

Indice Fascicolo II

 

 

 

 

 

1. Definizione di frana

 

Il termine frana può definirsi come movimento di una massa di roccia, terra o detrito lungo un versante (Cruden, 1991).

Limiti ed incertezze

Ø        Per le frane si assiste ad una confusione concettuale derivante dall’utilizzo dello stesso termine, frana, riferito sia al deposito di frana (volume dislocato) sia al movimento del materiale lungo un versante o di un corpo di frana pre-esistente (Bosi, 1978; Cruden 1991).

Ø        Difficoltà nella distinzione del limite tra frane s.s. e fenomeni di trasporto di massa (es. colate di terra/detrito fluide che si sviluppano lungo aste fluviali).

 

 

1.1.      Classificazione dei fenomeni franosi

 

Un adeguato sistema di classificazione deve essere basato su parametri peculiari direttamente osservabili o misurabili e, allo stesso tempo, deve rispondere a requisiti di unicità, razionalità, omogeneità e facilità di applicazione. E’, inoltre, da sottolineare che un vincolo fondamentale, per l’applicabilità di una classificazione, è costituito dalla possibilità di attribuire fenomeni franosi a classi mutuamente esclusive; tale caratteristica, limitando sostanzialmente il grado di ambiguità e soggettività, consente la realizzazione di prodotti di sintesi e derivati, secondo canoni di omogeneità.

Per quanto concerne la nomenclatura e classificazione dei movimenti franosi si propone il riferimento alla classificazione di Cruden & Varnes (1996), poiché, oltre ad essere di semplice utilizzo e comunemente applicata dalla comunità scientifica, appare maggiormente adeguata agli scopi del lavoro. Questa è basata sulla caratterizzazione del tipo di movimento relativo tra il materiale spostato ed il materiale in posto, con particolare riguardo alla distribuzione degli spostamenti nello spazio ed alla loro velocità; a questi fattori sono inoltre strettamente legati sia la forma della superficie di scorrimento (dove esiste), sia quella del corpo di frana.

Ai fini della zonazione della pericolosità da frana le varie tipologie possono essere raggruppate in 5 macroclassi in quanto alcuni parametri geomorfologici, cinematici o inerenti lo stadio evolutivo e la forma della superficie di scorrimento, essenziali per gli scopi del lavoro, appaiono comuni a due o più classi individuate da Cruden & Varnes (1996) come di seguito sintetizzato:

 

In accordo con la WP /WPLI (1990-1994), i fenomeni complessi non vengono trattati come classe a se stante, poiché appare sempre possibile discriminare una sequenza genetico-temporale tra due o più fenomeni anche di diversa tipologia.

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1.2 Tipologia del materiale coinvolto

 

Il materiale coinvolto dal movimento franoso deve essere classificato secondo il suo stato nella fase antecedente al movimento iniziale oppure, se il tipo di movimento cambia nel tempo, secondo lo stato che lo caratterizza prima del momento in cui avviene detto cambiamento.

Il materiale coinvolto dal movimento franoso è stato suddiviso in: roccia, terra e detrito ove a tali termini corrispondono, con le seguenti precisazioni, i termini inglesi (definiti in EPOCH 1991-93) di rock, soil e debris.

In EPOCH le categorie soil e debris sono distinte in base alla granulometria delle particelle costituenti il materiale coinvolto nel movimento (rispettivamente minore di 2 mm , e maggiore di 2 mm ).

In questa sede il significato dei termini roccia e terra viene ristretto al materiale coesivo costituente il substrato roccioso in posto, mentre il termine detrito viene ampliato a tutto il materiale, per lo più sciolto, costituente la copertura. 

Sintetizzando, si definisce:

In questo ambito vanno annoverati tra i detriti il suolo nell’accezione pedologica del termine, costituente, quando presente, la parte più superficiale della copertura.

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1.3. Stato di attività

 

Lo stato di attività definisce, tramite informazioni di carattere geomorfologico, dendrogemorfologico e storico, le caratteristiche dell’evoluzione temporale di un fenomeno franoso.

Nell’ambito del GNDCI (Canuti et alii, 1992) è stata proposta una legenda per la realizzazione di carte geomorfologiche di dettaglio finalizzate all’identificazione dei fenomeni franosi (fig. 1). La legenda si ispira sostanzialmente ai principi delineati dal GNGFG (1987) per la realizzazione delle “carte geomorfologiche di base” e si basa sulla mappatura delle forme e dei depositi.

Ogni forma o deposito è caratterizzato da uno stato di attività; il GNGFG (1987) distingue forme:

·         attive: se sono associate a processi in atto al movimento del rilevamento, o ricorrono con un ciclo il cui periodo massimo non supera quello stagionale

·         quiescenti: forme non attive al momento del rilevamento, per le quali però esistono indizi che ne dimostrino un’oggettiva possibilità di riattivazione, in quanto esse non hanno esaurito la loro potenzialità di evoluzione

·         inattive: se l’agente morfogenetico non è più presente al momento del rilevamento, in quanto ha esaurito la propria attività.

La legenda illustrata in figura 1, prende in particolare considerazione gli elementi più caratteristici delle condizioni di instabilità dei versanti rappresentati da forme e processi legati alla gravità ed all’azione delle acque correnti superficiali. Appositi simboli contraddistinguono i diversi elementi rappresentati, fornendo anche indicazioni sullo stato di attività dei processi. Le frane vengono distinte in diverse tipologie riconducibili alla classificazione di Varnes (1978). Vengono inoltre presi in considerazione i depositi superficiali (coperture), distinti in base allo spessore ed alla tessitura, in quanto essi rivestono una particolare importanza per la stabilità dei versanti.

Più recentemente sono stati definiti nuovi criteri per la definizione dello stato di attività di una frana (Cruden & Varnes, 1996) secondo le seguenti terminologie:

Le frane inattive si possono dividere ulteriormente in:

Le informazioni di carattere geomorfologico inerenti lo stato di attività si riferiscono essenzialmente alla natura ed allo stato di conservazione di elementi diagnostici riportati in Tabella 1.1  

Lo stato di attività di una frana e le sue caratteristiche geomorfologiche sono strettamente dipendenti anche dalle condizioni climatiche; un esempio viene riportato nelle figure 2 e 3.

 

Figura 1. Legenda per la cartografia geomorfologica di dettaglio dei fenomeni franosi (CNR-GNDCI & Regione Emilia Romagna, 1993)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2. Blocco diagramma dei cambiamenti geomorfologici nel tempo di una frana durante condizioni climatiche umide  (Turner & Schuster, 1996). A, i caratteri di una frana attiva o attiva in tempi recenti (quiescente-storica) sono fortemente definiti e distinti; B, i caratteri di una frana quiescente-recente restano chiari, ma non fortemente definiti a causa del dilavamento e dei movimenti di versante superficiali su scarpate ripide; C, i caratteri di una frana quiescente-matura vengono modificati dal drenaggio superficiale, dall'erosione interna, da fenomeni deposizionali e dalla vegetazione; D, i caratteri di una frana quiescente-antica sono deboli e spesso obliterati.

 

 

 

 

   

 

 

Figura 3. Blocco diagramma dei cambiamenti geomorfologici nel tempo di una frana durante condizioni climatiche aride  (Turner & Schuster, 1996). A, i caratteri di una frana attiva o attiva in tempi recenti (quiescente-storica) sono fortemente definiti e distinti; B, i caratteri di una frana quiescente-recente restano chiari, ma non fortemente definiti a causa del dilavamento e dei movimenti di versante superficiali su scarpate ripide; C, i caratteri di una frana quiescente-matura vengono modificati dal drenaggio superficiale, dall'erosione interna, da fenomeni deposizionali e dalla vegetazione; D, i caratteri di una frana quiescente-antica sono deboli e spesso obliterati.

 

   

 

Tabella 1.1 Criteri geomorfologici per il riconoscimento sul terreno dell'attività dei fenomeni franosi (Crozier, 1984, modificato)

Attivi

Inattivi

Scarpate, terrazzi e crepacci con bordi netti

Scarpate, terrazzi e crepacci con bordi arrotondati

Crepacci e depressioni privi di riempimenti secondari

Crepacci e depressioni con riempimento secondario

Movimenti di massa secondari sulle scarpate

Nessun movimento di massa secondario sulle scarpate

Strie fresche sulla superficie di rottura e sui piani di taglio marginali

Strie assenti o degradate sulla superficie di rottura e  piani di taglio marginali

Superfici di frattura fresche sui blocchi

Superfici di frattura degradate sui blocchi

Sistema di drenaggio sconvolto, numerosi ristagni d’acqua e depressioni a drenaggio interno

Sistema di drenaggio integro

Creste di pressione al contatto con i margini di scorrimento

Fessure marginali e argini abbandonati

Assenza di sviluppo di suolo sulla parte esposta della superficie di rottura

Sviluppo di suolo sulla parte esposta della superficie di rottura

Presenza di vegetazione a crescita rapida

Presenza di vegetazione a crescita lenta

Differenza netta di vegetazione tra le zone interne ed esterne della frana

Nessuna differenza di vegetazione tra le zone interne ed esterne della frana

Alberi inclinati senza ricrescita verticale

Alberi inclinati con ricrescita verticale nelle porzioni successive alla parte inclinata

 

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1.4   Distribuzione di attività

 

La distribuzione delle attività descrive dove la frana si sta movendo e permette di prevedere il tipo di evoluzione, in senso spaziale, del dissesto; in base alla distribuzione di attività una frana si definisce:

 

 

1.5  Stile  di  attività

Indica come i diversi meccanismi di movimento contribuiscono alla frana; in base allo stile di attività una frana si definisce:

 

Limiti ed incertezze

Ø        Nella definizione dei fenomeni inattivi sussistono differenze nella definizione di frane inattive. Per il GNGFG e per gran parte della letteratura scientifica nazionale sono da considerarsi inattivi i fenomeni verificatisi in un altro contesto morfoclimatico e pertanto non più riattivabili mentre nella letteratura internazionale e nelle raccomandazioni del WP/WLI sono considerate inattive tutte le frane che non si sono mosse prima dell’ultimo ciclo stagionale. Pertanto nell’utilizzare i termini relativi allo stato di attività è sempre opportuno indicare la classificazione impiegata.

 

Per caratterizzare il tipo di evoluzione di una frana può essere utile fare riferimento alla frequenza delle riattivazioni invece che allo stato di attività registrato al momento del rilevamento. A questo proposito può essere utile la distinzione proposta da DEL PRETE et alii (1992) fra frane continue, stagionali e intermittenti (con tempo di ritorno pluriennale o pluridecennale) o quella proposta da BISCI & DRAMIS (1992) e FLAGEOLLET (1994) illustrata in Tabella 1.2

 

Tabella 1.2 - Attività delle frane (da BISCI & DRAMIS, 1991 e FLAGEOLLET, 1994, modificato).

Stato di attività

Ricorrenza

Tempo di ritorno

Ultima attivazione

ATTIVE

continue

-

in atto

 

stagionali

> 1 anno

recente

 

a breve termine di ricorrenza

1 - 10 anni

storia recente

QUIESCENTI

a medio termine di ricorrenza

10 - 100 anni

storia recente

 

a lungo termine di ricorrenza

100 - 1000 anni

storia recente o antica

STABILIZZATE

a lunghissimo termine di ricorrenza

> 1000 anni

storia antica e preistoria

 

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1.6  Metodologie di indagine per la caratterizzazione delle formazioni coinvolte nei dissesti

 

Viene riportato di seguito un abaco sintetico relativo ai principali mezzi di indagine per la caratterizzazione  delle formazioni coinvolte nei fenomeni franosi:

Tabella 1.3 – Abaco relativo ai principali mezzi d’indagine.

METODI D’INDAGINE

DATI FORNITI

Studi geologici:

Comprensione dell’ambiente geologico: storia geologica del sito, della regione e delle formazioni coinvolte, loro difetti ed eventuali processi geologici attivi. Tracciamento di limiti conosciuti ed indicazione dei possibili incogniti. Definizione del piano per studi dettagliati.

Cartografia geologica

La cartografia fornisce piante e sezioni, che inizialmente sono la base per l’esplorazione e la campionatura di dettaglio e l’ubicazione delle terebrazioni, adoperando classificazioni geologiche ed ingegneristiche. Interpretazione geologica dei dati e definizione di un modello geologico tecnico tridimensionale.

Metodi geofisici

 

Resistività elettrica

Questo metodo si basa sullo studio della risposta del sottosuolo al passaggio di una corrente elettrica immessa in superficie. Le misure sono finalizzate principalmente alla determinazione della resistività elettrica del terreno. Nelle applicazioni ambientali si utilizza la tecnica dell'electrical imaging dove l'indagine viene realizzata con dispositivi multielettrodo, cioè mediante un set di elettrodi distribuiti sul terreno lungo profili. Le misure, eseguite automaticamente in tempi rapidi, consentono di ottenere la distribuzione, lungo una sezione verticale, della resistività nel sottosuolo. Utile per determinare la profondità del bedrock sotto coltri detritiche alluvionali, o lo spessore di alterazioni, l’ubicazione della superficie di falda

Rifrazione sismica

La sismica a rifrazione utilizza, come la sismica a riflessione, onde acustiche nei corpi solidi. L'energizzazione avviene tramite martello percussore, massa battente oppure tramite esplosivo. Le onde sismiche rifrangendosi sulle superficie di confine degli strati geologici, caratterizzati da una differenza di velocità tra lo strato superiore (V0) e lo strato ad esso sottostante (V1), producono dei raggi rifratti (in tedesco chiamati Mintrop-Wellen) che viaggeranno parallelamente alla superficie di discontinuità (con la stessa velocità dello strato "più veloce") rifrangendo continuamente verso l'alto (quindi verso lo strato "più lento") energia elastica. Una delle condizioni principali per l'applicazione del metodo della sismica a rifrazione è che la velocità di propagazione delle onde sismiche aumenti con la profondità (V0 < V1).

L'energia rifratta che ritorna alla superficie (raggi delle onde di sismica a rifrazione) viene misurata attraverso i geofoni. In base al rapporto tra la distanza (punto di sparo-geofone) ed il tempo di percorso è possibile stabilire le velocità sismiche presenti nel sottosuolo.

  • Mappatura delle zone formate da materiale disgregate (costruzione tunnel, individuazione posizione di una discarica)

  • Determinazione della resistenza allo scavo (rippability)

  • Mappatura della permeabilità di strati ghiaiosi

  • Mappatura degli strati composti da materiale sciolto

  • Localizzazione delle zone di frattura (=> infiltrazioni d'acqua, problema che si riscontra nelle costruzioni sotterranee)

  • Mappatura del substrato roccioso

Riflessione sismica

Fornisce la misura dei tempi di viaggio delle onde sismiche riflesse dalle interfacce di differenti rocce o suoli alle varie profondità

Metodi geofisici, nucleari ed altri metodo di  misure in foro.

Fornisce la misura delle proprietà elettriche, sismiche e radioattive dei materiali del sottosuolo, intorno al foro. Le misure sismiche sono correlabili a caratteristiche meccaniche.

Perforazioni e sondaggi

Dalle registrazioni delle velocità di perforazione si possono individuare i confini tra i maggiori tipi di roccia e di suolo ed anche i limiti tra rocce deboli e resistenti.

Fori da mina, Percussione, Rotopercussione ecc. detriti di perforazione.

Permette la stima della perforabilità degli ammassi rocciosi, velocità di perforazione, usura degli scalpelli, ecc. I campioni di detrito possono essere impiegati per determinare il tipo di roccia, ma sono di valore limitato. Le perforazioni possono essere impiegate per compiere misure geofisiche.

Perforazione con carotaggio

Fornisce una campionatura continua delle rocce litoidi e dei suoli coesivi. Stratigrafie geologiche e correlazioni con altri sondaggi o con la superficie. Anche per prove sui campioni e rilevamento di discontinuità. Possono ottenersi campioni orientati

Campionatura integrale

Fornisce una campionatura continua e fornisce la posizione e le caratteristiche delle discontinuità degli ammassi rocciosi.

Periscopio in foro, diagrafie, televisione e fotografia

Fornisce l’ispezione delle pareti dei fori,permettendo misure delle caratteristiche geometriche e fisiche delle discontinuità ed altri difetti.

Prove di permeabilità in foro

Misura della permeabilità di singole sezioni di fori. Si possono ottenere grafici di pressione – assorbimento per vari cicli di pressioni crescenti e decrescenti.

Prove d’iniezione

Informazioni sul volume dei vuoti e delle cavità, iniettabilità di date miscele di consolidamento e di impermeabilizzazione.

Prove di sforzo e deformazione in foro

Deformabilità e stato di sforzo nella roccia

Scavi, trincee, camini e gallerie

Fornisce l’affioramento della roccia quando questo non appare. Tali affioramenti possono essere cartografati ed usati con gli altri dati per costruire carte geologiche.

Prove in sito in scavi e gallerie

Prove di deformabilità

Cedimenti per deformazione, comportamento reologico e possibile geometria della matrice degli ammassi rocciosi

Prove di taglio diretto

Resistenza al taglio dei giunti o dei filoni, o della matrice rocciosa

  Prove di sforzo interno

Misura degli sforzi apparenti in varie direzioni della roccia in sito, attorno agli scavi da cui possono calcolarsi la disposizione degli sforzi originali

 

 

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