Valutazione della pericolosità idraulica in centri storici d'arte - procedure per la valutazione del danno

Caso di studio: centro storico della città di Roma

  

   

1. Introduzione

2. Il caso di studio del Tevere a Roma

3. Fase conoscitiva

        3.1. Fase conoscitiva: descrizione beni a rischio

        3.2. Elaborazione di modelli matematici per la trasformazione degli afflussi in deflussi e per la dinamica dei deflussi fluviali

        3.3. Modelli idrologici per la trasformazione di afflussi in deflussi  

4. Fase di analisi: Analisi idraulica  

        4.1. Modelli idraulici per la propagazione delle onde di piena in area urbana

5. Fase interpretativa e restitutiva

        5.1. Fase interpretativa:  descrizione modello

   

Indice Roma

 

   

1.   Introduzione

Nel corso degli ultimi decenni l’impatto delle catastrofi naturali è sicuramente aumentato. Una delle cause è la crescita della popolazione e la conseguente urbanizzazione di aree a rischio. In Italia la popolazione è passata da 13 milioni nel 1700, ai 34 milioni dell’inizio del secolo fino agli attuali 57 milioni. Peraltro, se dal 1950 al 1980 la popolazione è mediamente aumentata del 19%, nelle aree urbane l’aumento ha raggiunto il 63%.
Da un’analisi sistematica dei dati disponibili, relativi a disastri di natura idrogeologica, effettuata nell’ambito del progetto AVI del GNDCI - CNR, si evidenzia come il dissesto idrogeologico del nostro paese abbia potuto causare, solo nell’ultimo secolo, più di 12000 morti, 350 000 senzatetto, decine di milioni di abitazioni e ponti distrutti, centinaia di chilometri di strade e ferrovie danneggiate.
Poiché, l'antropizzazione di molte valli solcate da corsi d'acqua è stata, oltre che crescente, intensa e continua in diverse epoche storiche, le aree a rischio di esondazione rivestono di sovente un’importanza culturale e sociale oltre che economica. Per quanto concerne lo stato di rischio del patrimonio culturale presente nei centri storici, è emblematico il caso dell’alluvione di Firenze del 1966. A fronte dell'evidenza di questo stato di cose e del rischio esistente per i beni culturali, è necessario pervenire all'elaborazione di uno studio quadro sulla pericolosità nei centri storici, per fornire indicazioni sulle modalità da seguire per la definizione dello stato di rischio idraulico in centri urbani di elevato interesse sociale e culturale, quali sono generalmente quelli italiani.

In seguito agli eventi che colpirono in maniera luttuosa la Campania nel maggio del 1998, e che evidenziarono ancora la necessità di predisporre schemi organizzativi adeguati da adottare in occasione dell’emergenza, il Sottosegretario di Stato per la Protezione Civile sottopose al Governo, nel giugno successivo, uno schema di decreto legge che indicava anche procedure e tempi per la mappatura di aree esposte a maggior rischio di inondazione e frana. Lo schema è stato recepito nel Decreto Legge 11 giugno 1998, n. 180, convertito poi con la legge 3 agosto 1998, n.267, che si prefigge, tra gli obiettivi principali, la perimetrazione su tutto il territorio nazionale delle aree interessate da condizioni di rischio idrogeologico ed inoltre la stesura di un programma per la copertura strumentale e le allerta.
Per la valutazione del rischio si fa riferimento alla sua formulazione, ormai consolidata, in termini di rischio totale, basato sulla pericolosità (o probabilità di accadimento di un evento calamitoso), sul valore degli elementi a rischio (intesi come persone o beni localizzati) e sulla loro vulnerabilità (che dipende dalla combinazione della capacità degli elementi di sopportare la sollecitazione provocata dall’evento e dell’intensità dell’evento stesso). Sono da ritenersi elementi a rischio innanzi tutto la incolumità delle persone, ed inoltre, con carattere di priorità, anche i beni ambientali e culturali di interesse rilevante.
Sono ancora da delineare le linee guida relativamente alle modalità con le quali nei piani di emergenza si debba considerare la difesa dei beni culturali.
Nel seguito si forniranno dapprima alcune indicazioni di carattere generale relative al rischio idraulico in centri urbani, precisando le implicazioni di tipo idraulico ed idrologico che la sua definizione richiede. In particolare, si evidenzia come la determinazione del rischio di inondazione in area urbana, richieda l’impiego di modelli specifici, a reti di canali. Ne emergono in conseguenza le attività da svolgere per il raggiungimento degli scopi prefissi, per la cui semplificazione si indica un possibile caso di studio .

Figura 1 - Dati relativi ai principali eventi alluvionali catastrofici dal 1950 (Fonte: Progetto AVI-CNR) 

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2.   Il caso di studio del Tevere a Roma

Il Tevere è per Roma il centro di aggregazione intorno al quale è prima sorta e poi cresciuta la città. La sacralità del fiume, riconosciuta fin dai primordi, ne avvalora il profondo legame esistente con la città ed al contempo ne suffraga, in un certo senso, il doppio ruolo da esso ricoperto: di dio buono, risorsa fondamentale dal punto di vista sociale ed economico, ma anche di potenza, scatenata talvolta, ed incontrollabile fonte di rischio.

La storia della città di Roma è scandita dalle inondazioni del Tevere. Alcuni Autori si sono occupati in passato di dare una prospettiva storica a tale serie di eventi, analizzando in dettaglio l’evolversi dei rapporti tra la città ed il suo fiume nell’oscillare continuo tra uso della risorsa e fonte di pericolo. Tra i lavori più recenti di cui l’Autore ha notizia sono sicuramente degni di menzione quelli di P. Buonora (1998), C.P. Scavizzi (1998) e R. Sansa (1998). Dei molti Autori che hanno invece tentato di compilare un semplice elenco cronologico dei più dannosi eventi di piena, quasi tutti iniziano citando il leggendario abbandono dei neonati Romolo e Remo alle acque del Tevere, avvenuto proprio in occasione di una inondazione della valle tra Palatino, Aventino e Campidoglio. Attenendosi solo alle fonti storiche, il Frosini (1977) fornisce un quadro completo delle piene avvenute in Roma; è interessante la suddivisione operata dall’Autore in piene, in ordine crescente di importanza, per espansione, straordinarie ed eccezionali. Le prime erano quelle originate dal rigurgito delle fogne e della rete di drenaggio urbano, in primis della Cloaca Massima, e pertanto di acque “tranquille”; il loro verificarsi non richiedeva quindi la tracimazione delle sponde ma era sufficiente che il livello dell’acqua raggiungesse l’occhialone di Ponte Sisto. Non producevano danni notevoli e dovevano costituire per i cittadini di Roma, più che altro, un fastidio simile a quello causato oggi dall’acqua alta ai Veneziani; a tale fastidio i Romani peraltro sembravano essere avvezzi, potendosi tali piene verificare anche più volte in un anno. Diverso è il caso delle piene che provocavano l’inondazione della città. Per la distinzione tra piene straordinarie ed eccezionali è utile fare riferimento all’idrometro installato nel 1821 nel porto di Ripetta, dove già era invalso l’uso di segnare, sulle colonne, il livello raggiunto in occasione delle massime piene. Tale idrometro era costituito di più aste graduate, riferendosi la graduazione ad uno zero idrometrico posto a circa un metro sopra il livello del mare, sulle quali era effettuata una lettura meridiana del livello.

Secondo il Frosini sono da considerare straordinarie le piene del Tevere che hanno provocato un innalzamento del livello a Ripetta dai 13 ai 16 metri e che quindi interessavano anche zone poste al di sopra dei 14 metri sul livello medio marino; le più temibili erano però le piene eccezionali, in corrispondenza delle quali si raggiungeva un livello di almeno 16 m all’idrometro di Ripetta e le acque “traboccavano dalle sponde a monte di Ponte Milvio e da vari altri punti della città. Allora le prime si incanalavano per la via Flaminia in sinistra e, superata la Porta del Popolo, si avviavano a briglia sciolta verso il centro della città raggiungendo anche l’attuale Piazza Venezia. In destra si espandevano verso la zona detta dei Prati, allora disabitata, e, circondato Castel S. Angelo e l’Ospedale di S. Spirito, si riunivano con quelle traboccate dalla sponda sinistra ed arrivavano fino a S. Pietro”.

Dall’analisi della frequenza delle inondazioni eccezionali riportate dal Frosini, si osservano due periodi contraddistinti da un numero ridotto di eventi; il primo, all’inizio di questo millennio, può essere riconducibile forse alle difficoltà nel reperimento delle fonti o alla diversa estensione della città. Il secondo, a cavallo del XVIII secolo, assume invece maggiore rilevanza, specie considerando il forte contrasto con l’elevato numero di inondazioni dei due secoli precedenti e del successivo. Questo dato dà fondatezza al dubbio che, a seguito delle caratteristiche del fenomeno osservato, un campione costruito sulla base anche di più di un secolo di osservazioni possa essere insufficiente per una corretta valutazione dello stato del rischio attuale. Di particolare interesse è inoltre il fatto che in occasione della piena del 25 dicembre 1598, tra le più disastrose che si ricordino, il livello idrico abbia raggiunto a Ripetta un’altezza stimata in 19.56 m ; la maggiore altezza registrata all’idrometro di Ripetta dal 1821 ad oggi è di 17.22 m nel 1870. Il dislivello, alquanto significativo,  rende l’idea dell’entità dell’evento di piena del 1598, anche se la differenza tra le due quote potrebbe essere attribuita parzialmente ad eventuali modifiche d’alveo.Sistematiche osservazioni idrometriche sul Tevere a Roma sono iniziate alla fine del XVIII secolo con il rilievo dei massimi e minimi livelli mensili riferiti al 7° ripiano del porto di Ripetta, eseguito dal 1782 al 1801. Il primo idrometro fu istallato nel Porto di Ripetta nel 1821 dall’ing. Linotte, che iniziò la misura giornaliera dei livelli.Molto più antica è invece la registrazione dei massimi livelli raggiunti delle piene eccezionali, tracciati sulle numerose lapidi esistenti a Roma, alcune delle quali sono state purtroppo spostate o sono andate distrutte. Le vicende di queste lapidi sono state accuratamente descritte in Di Martino e Belati[1]. In particolare i livelli delle piene eccezionali del 1495, 1530, 1598, 1606, 1637, 1660, 1686, 1702, 1750 e 1805 erano indicati sulle due colonne erette sul nuovo porto di Ripetta, opera degli architetti Alessandro Specchi e Carlo Fontana, inaugurato nel 1704. Per il periodo precedente all’erezioni di tali colonne i livelli erano indicati dai “segni sul muro delle fabbriche opposte”, come indicato nei rilievi di Chiesa e Gambarini.Cercare di valutare le portate al colmo delle piene che hanno dato luogo alle inondazioni storiche è difficile, perché all’epoca delle piene storiche precedenti quella del 1870 non esistono mappe quotate e rilievi d’alveo sia in città sia a valle di essa, e le poche misure di portata eseguite nel XIX secolo non riguardano eventi di piena.Per la piena del 29 dicembre 1870 l’informazione disponibile è molto più ricca: infatti subito dopo la piena fu eseguito un accurato rilievo d’alveo, e sulle sezioni e sul profilo furono riportati i massimi livelli raggiunti dall’inondazione.

Disponendo di questi dati, e della taratura di un modello per il tracciamento dei profili di corrente nell’alveo attuale tra Roma e il mare, è possibile valutare le portate al colmo delle piene storiche.

Nel caso di studio, dopo aver fornito alcune indicazioni di carattere generale sulle modalità con le quali la città sia stata nel passato colpita dalle alluvioni, si descriveranno le diverse parti di un modello generale, utile per la determinazione dello stato di rischio dei beni culturali. A tale scopo si applicheranno le indicazioni fornite a completamento della precedente attività di ricerca. Per un assegnato livello di rischio si definirà, mediante l'applicazione di opportuni modelli idrologici, la piena che ad esso corrisponde. Quindi, mediante un modello idraulico in grado di simulare il procedere dell’inondazione in zona urbana si procederà alla determinazione dello stato di rischio dei diversi elementi vulnerabili che si possono individuare all’interno dell’area inondata. Mediante lo stesso modello si potrebbe rendere conto anche delle modalità con le quali il procedere dell’inondazione modifichi l’affidabilità della rete dei trasporti e quindi della pianificazione degli interventi di protezione civile.

 

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3.   Fase conoscitiva

Raccolta della documentazione

         Cartografia tecnica regionale scala 1: 10 000 in formato raster

         Ortofoto Roma Centro scala 1:2000

         Ortofoto Roma Centro scala 1:1000

         Ortofoto Roma Centro scala 1:500  

  

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3.1.    Fase conoscitiva: descrizione beni a rischio

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3.2.    Elaborazione di modelli matematici per la trasformazione degli afflussi in deflussi e per la dinamica dei deflussi fluviali

La determinazione dello stato di rischio idraulico in aree urbane, quando non sia presente una registrazione regolare dei deflussi, segue il percorso delle acque meteoriche fino alla formazione di un'onda di piena ed alla sua propagazione. In particolare, la sollecitazione idrologica sul bacino idrografico, rappresentata dalla precipitazione, deve essere caratterizzata su base statistica. Successivamente, mediante modelli più o meno raffinati, è possibile trasformare questa precipitazione in deflusso e perimetrare le aree esondate.

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3.3.     Modelli idrologici per la trasformazione di afflussi in deflussi

I modelli per la trasformazione degli afflussi in deflussi consentono di utilizzare i dati relativi alle precipitazioni per definire la probabilità associata al verificarsi di un evento di piena lungo un corso d'acqua.
L’informazione idrologica storica relativa alle portate al colmo di piena in molti compartimenti idrografici era sintetizzata, ed è ancora in alcune aree del paese, nella cosiddetta “curva inviluppo dei contributi unitari alle portate al colmo di piena”. Tale forma di regolarizzazione dei massimi storici in alcuni casi è una curva interpolare dei massimi piuttosto che un inviluppo di essi.
La curva inviluppo viene costruita quindi, d’ordinario, con lo scopo di fornire un valore di portata al colmo di piena con approccio conservativo, cioè a vantaggio di sicurezza. Per tale motivo essa viene disegnata raccogliendo tutte le informazioni disponibili riguardo alle portate al colmo di piena registrate storicamente sui bacini appartenenti al compartimento idrografico, facendo in modo che essa sottenda tutti i valori osservati.
La curva è quindi costruita in modo che il valore del contributo unitario alla portata al colmo di piena che si legge per una determinata area di bacino sottesa sia superiore o uguale a tutti quelli storicamente osservati su bacini della stessa estensione.

L’unica valutazione di tipo statistico che è associabile ad una tale procedura si fonda sull’assunto che la popolazione di bacini, nella regione per cui la procedura vale, costituisca un insieme climatologicamente omogeneo, cioè tale che le altezze massime annue di pioggia per le diverse durate abbiano la stessa distribuzione di probabilità, nonché la stessa struttura di ragguaglio areale, e costituisca altresì un insieme morfologicamente omogeneo, cioè tale che i coefficienti di deflusso che caratterizzano gli eventi estremi dipendano soltanto dalle precipitazioni antecedenti, dall’entità delle altezze di pioggia che caratterizzano l’evento e dall’estensione del bacino.
In tali ipotesi, se esse fossero accettabili, il processo storico dei contributi unitari al colmo delle piene osservate consentirebbe di isolare la dipendenza dall’estensione del bacino, e, con una numerosità elevata di osservazioni, caratterizzare in probabilità il processo.
La struttura della curva dei contributi unitari al colmo di piena, nelle condizioni di ambiente climatologicamente e morfologicamente omogeneo, dovrebbe assumere una forma semplice del tipo:

                           

L’utilizzazione delle curve inviluppo dovrebbe essere quindi abbandonata; la forma sopra ricordata in cui il contributo unitario al colmo della piena massima annuale è fatto morfologicamente dipendere dall’area drenata può essere utilizzata soltanto nell’intorno di Stazioni di misura idrometriche e per tratti d’asta che sottendono porzioni di bacino morfologicamente omogenee.
Per la stima delle portate di piena con assegnato periodo di ritorno in uno specifico bacino, se non si ritiene affidabile l’uso della curva inviluppo di cui al punto precedente si può fare ricorso all’analisi statistica diretta delle osservazioni dei massimi annuali di portata al colmo di piena: l’analisi è possibile ovviamente solo in bacini in cui si abbia una stazione di misura della portata con una serie storica di osservazioni sufficientemente estesa e che sottenda un’area sufficientemente ampia. Questo costituisce un notevole limite all’applicazione del metodo in quanto il numero di sezioni idrometriche risulta, nel bacino del Tevere come altrove, esiguo e distribuito irregolarmente sul territorio. La distribuzione dei punti di misura idrometrica con una storia almeno trentennale sul bacino del Tevere è riportata nella figura 1: il numero esiguo delle sezioni rende inutilizzabile il metodo nell’ambito di una procedura basata su criteri omogenei di progettazione delle strutture idrauliche a livello regionale. Va inoltre osservato che la lunghezza della serie storica a disposizione nella stazione di misura e la conseguente variabilità campionaria, può influenzare anche in maniera sensibile l’andamento della funzione di probabilità: il valore del quantile di portata non dimensionale associato allo stesso valore del periodo di ritorno T, conseguente alla regolarizzazione dei dati osservati in due diverse stazioni idrometriche, può risultare anche molto differente, specialmente per periodi di ritorno elevati in conseguenza del fatto che l’una o l’altra stazione abbiano osservato outliers della stessa entità. Le limitazioni legate alla scarsità dei dati di portata a disposizione si potrebbero superare, in linea di principio, con un approccio regionalizzato dei valori di piena estrema, utilizzando una procedura di regionalizzazione. Per il bacino del Tevere, come messo in luce nella figura , esistono non più di una decina di stazioni idrometriche, dislocate in maniera irregolare. Inoltre il numero è variabile di anno in anno in quanto spesso le stazioni di misura vengono danneggiate da eventi di piena e difficilmente ripristinate.

Un rapporto del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (CNR-GNDCI) nell’ambito del progetto VAPI[1], nel quale viene applicata la procedura di regionalizzazione delle piene all’area centrale italiana, individua, per quest’ultima, poche stazioni idrometriche i cui dati superano i test di affidabilità statistica delle serie storiche.

Figura 3 - Sezioni idrometriche con rilevante durata della serie storica nel bacino del Tevere

Il totale di anni idrometro su tutte le stazioni raggiunge appena il valore di circa 400, pari a poco meno di 25 anni per stazione: la lunghezza della serie storica totale appare quindi molto ridotta; il beneficio apportato dall’applicazione di procedure di regionalizzazione delle portate non può quindi essere ritenuto sufficiente per una valutazione regionale affidabile delle portate al colmo di piena.

I problemi legati alla carenza di dati vengono risolti generalmente, attraverso l’applicazione di metodi di valutazione indiretti, che utilizzano le osservazioni pluviometriche, le quali mostrano comunemente una copertura territoriale molto maggiore rispetto a quelle idrometriche ed un’estensione delle serie storiche superiore.
Il metodo di valutazione con approccio idrologico locale consta fondamentalmente dei seguenti passi:

  1. Analisi delle serie storiche degli eventi massimi annuali per durata assegnata, registrate da   pluviografi che abbiano rilevato, nel bacino in esame o in prossimità di esso, per un sufficiente numero di anni, le precipitazioni;
  2. costruzione della curva di possibilità pluviometrica locale con assegnato periodo di ritorno.

Il passaggio dalle altezze di precipitazione critiche per la scala di tempo del bacino in esame alle portate al colmo di piena da esse generate alla sezione di chiusura di un bacino idrografico, avviene ragguagliando all’area le altezze di precipitazione critica utilizzate poi come input per la modellazione afflussi-deflussi.
Anche con tale metodo restano aperti alcuni problemi, che rendono in una qualche misura  incerta l’affidabilità delle determinazioni:

         la variabilità campionaria, tanto più importante quanto più breve è la storia delle osservazioni, può fare sì che in bacini prossimi e similmente esposti alle precipitazioni le curve di possibilità pluviometrica si discostino anche sensibilmente senza che di tali scostamenti si possa dare una fondata interpretazione fisica;

         nei molti casi in cui il bacino in esame risulta non “coperto”, cioè sprovvisto al suo interno di stazioni pluviometriche con serie storiche di sufficiente lunghezza, si assumono, come dati di partenza, le registrazioni di pluviografi appartenenti a bacini limitrofi, rendendo la valutazione dell’ulteriore errore associato quanto mai incerta.

Come già osservato precedentemente, la numerosità delle stazioni di misura delle altezze di precipitazione e la lunghezza delle serie di osservazioni è, nella regione del bacino del Tevere, molto maggiore di quella relativa alle portate: sono infatti disponibili circa 3600 anni-pluviometro, pari ad oltre 10 volte il campione anni-idrometro.
La regionalizzazione delle precipitazioni intense per le durate di interesse è pertanto una procedura che rende minima la variabilità campionaria e rende massima l’affidabilità dei risultati, al fine di una quantificazione del rischio omogenea a scala regionale.
Obbiettivo della procedura di regionalizzazione delle altezze di precipitazione massime annuali per diverse durate è la costruzione di una curva di possibilità pluviometrica regionale per assegnato periodo di ritorno.

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4.      Fase di analisi: analisi idraulica

4.1.   Modelli idraulici per la propagazione delle onde di piena in area urbana

Nota che sia la probabilità associata al verificarsi di una portata di piena, è necessario anche disporre di uno strumento in grado di trasformare tale probabilità in quella relativa alla inondazione di obiettivi individuati come vulnerabili; a tal scopo è necessario disporre di un modello numerico per la propagazione di un’onda di piena in area urbana.

I modelli idraulici comunemente utilizzati per la propagazione di onde di piena sono basati sul sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali di de Saint Venant:

Nelle equazioni precedenti x è la distanza misurata lungo il filone principale del corso d’acqua, A l’area della sezione idraulica, Q la portata, z il livello idrico, t l’ascissa temporale e g è l’accelerazione di gravità. Per il calcolo della pendenza motrice Sf è possibile utilizzare la formula di Manning:

dove n è il coefficiente di scabrezza di Manning e R è il raggio idraulico.

A seguito delle ipotesi necessarie per la loro derivazioni, tali equazioni a stretto rigore potrebbero essere utilizzate esclusivamente per processi di moto monodimensionali: le caratteristiche della corrente dipendono da un’unica coordinata spaziale x e non variano sulle sezioni perpendicolari ad essa. In taluni casi questa ipotesi può non risultare particolarmente restrittiva, nel senso che si può ammettere che la variazione del livello nella direzione che va da una sponda all’altra del corso d’acqua è generalmente trascurabile rispetto alla variazione del livello lungo il corso del fiume. Viceversa, durante la propagazione di un’onda di piena in area urbana, l’esondazione in area golenale assume delle caratteristiche chiaramente non monodimensionali in quanto la corrente penetra all’interno della rete viaria dividendosi in un sistema di canali collegato al canale principale.

L’uso delle equazioni di de Saint Venant nella loro forma così detta “espansa”, nelle quali cioè si assume la dipendenza delle caratteristiche del moto da due coordinate spaziali orizzontali, è fortemente limitato dalla complessità di calcolo che ne deriva; tant’è che nella pratica corrente questi modelli sono utilizzati esclusivamente su aree di dimensioni relativamente ridotte a meno che non si disponga di grandi risorse di calcolo automatico.

Per mezzo di talune “estensioni” delle (1) e (2) è possibile per certi versi superare tale limite e, utilizzando ancora le equazioni nella loro forma monodimensionale, portare in conto gli effetti di fenomeni bidimensional i o tridimensionali. Ad esempio si può considerare la presenza di una parte inattiva della sezione trasversale, nella quale la velocità è nulla, oppure la sinuosità caratteristica dell’alveo del fiume rispetto all’andamento della valle, la presenza di brusche contrazioni o allargamenti, immissioni laterali di correnti, ecc.. Si può anche considerare la differenza tra la velocità media nel corso d’acqua principale e nelle aree golenali, dove è decisamente inferiore, separando in tal modo il contributo delle diverse parti alle perdite di carico complessive. Nel caso in cui le golene siano occupate dal tessuto urbano, sarebbe ancora possibile applicare tali modelli qualora si disponesse di un metodo di stima sufficientemente preciso del coefficiente di scabrezza. La mancanza di letteratura sull’argomento ne rende però difficile l’applicazione; inoltre tale approccio sarebbe di tipo globale, volto cioè alla determinazione di un valore medio del tirante idrico in golena che potrebbe differire enormemente dai valori locali raggiunti in ogni singola strada.

L’uso delle equazioni di de Saint Venant nella loro forma così detta “espansa”, nelle quali cioè si assume la dipendenza delle caratteristiche del moto da due coordinate spaziali orizzontali, è fortemente limitato dalla complessità di calcolo che ne deriva; tant’è che nella pratica corrente questi modelli sono utilizzati esclusivamente su aree di dimensioni relativamente ridotte.

Nelle equazioni precedenti Qij è la portata nel canale che collega i nodi i e j, Qie è la portata entrante o uscente dal sistema al nodo i, zi è il livello idrico al nodo i, Aij ed Rij sono rispettivamente l’area della sezione idraulica ed il raggio idraulico nell’elemento ij, variabili con zi e zj.

Nell’ipotesi ulteriore che il livello idrico all’estremità del generico canale j convergente al nodo i, zij, sia pari al livello al nodo i, zi, riduce il numero delle incognite ad N:

Le equazioni (4) e (5) mediante la usuale tecnica di integrazione alle differenze finite, possono essere riscritte nella forma di un sistema di equazioni algebriche non lineari:

dove Q è un coefficiente di media ponderale compreso tra i valori 0 ed 1, Dt è il passo di integrazione temporale e l’indice n denota l’istante n Dt.

Per risolvere il sistema di equazioni algebriche non lineari rappresentato dalla (7) è possibile utilizzare il metodo di Newton-Raphson il quale consente, sotto opportune ipotesi, una maggiore celerità ed efficienza di calcolo rispetto agli altri metodi disponibili.

Un approccio di tipo diverso è quello invece che parte dalla considerazione che, escludendo delle zone di estensione estremamente limitata, generalmente in corrispondenza degli incroci, le caratteristiche della corrente in ciascuna strada/canale sono prettamente monodimensionali. Conseguentemente è possibile schematizzare il flusso mediante canali monodimensionali, diretti come le strade e opportunamente collegati in nodi ubicati in corrispondenza degli incroci (Sevuk e Yen, 1973).  Rispetto al caso delle reti idrografiche formate da corsi d’acqua naturali, per le quali modelli simili sono stati applicati (Akan e Yen , 1981; Nguyen e Kawano, 1995; Choi e Molinas, 1993) una ulteriore complicazione sorge in conseguenza del fatto che la rete di canali considerata è a maglie chiuse; ciò rende di fatto inapplicabili la quasi totalità dei modelli disponibili in letteratura e ancora eccessivamente onerosi dal punto di vista computazionale i pochi rimanenti, in grado in genere di considerare un numero ridotto di maglie e tronchi.

Per ridurre i tempi di calcolo e rendere al contempo risolvibile il problema senza ricorrere ad elaboratori di elevati costi e prestazioni, è possibile introdurre ulteriori semplificazioni nelle equazioni utilizzate per simulare il moto nei singoli canali; a fronte della notevole riduzione dei tempi di calcolo che ne consegue, l’affidabilità della soluzione non ne risente in maniera sensibile.

Oltre agli elementi canale, in grado di simulare il trasferimento dell’acqua da un punto ad un altro, è possibile introdurre degli elementi ai nodi in grado di simulare l’accumulo di acqua. Il volume invasato in ciascun nodo ad ogni singolo istante deve essere pari al volume d’acqua che occupa la zona prossima al nodo stesso, determinabile ad esempio mediante il suo topoieto. Sotto queste ipotesi le equazioni (1) e (2) possono essere riscritte per ognuno degli N nodi nella forma:

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5.      Fase interpretativa e restitutiva

 

si può osservare come le portate di piena con assegnato tempo di ritorno crescono verso valle, al crecere delle dimensioni del bacino contribuente. La diminuzione della portata al colmo a Ripetta è spiegabile con l’effeto di Ponte Milvio.    

 

 

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5.1.      Fase interpretativa: descrizione modello

 

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