Analisi delle condizioni di dissesto idrogeologico nell’area di Atrani (Salerno)
2. Cenni storici sugli eventi idrogeologici del territorio
5. Assetto morfostrutturale di dettaglio e modelli di rottura
6. Valutazione dello stato di fratturazione dell'ammasso
6.1 Correlazioni tra velocità di propagazione delle onde ed i parametri RQD ed Nl
7.1 Analisi a ritroso dei crolli
8. Perimetrazione delle aree a rischio
9. Tipologie d'intervento per la mitigazione del rischio
a) la caratterizzazione geomorfologica a grande scala, del territorio comunale con la relativa cartografia;
b) la caratterizzazione geologica a grande scala, del territorio comunale con relativa cartografia;
c) la caratterizzazione geostrutturale, a grande scala, del territorio comunale con relativa cartografia;
d) una relazione che individui ed analizzi le situazioni di maggior pericolosità e rischio per l’abitato e che possa indicare preliminarmente le più idonee misure di mitigazione, che peraltro potranno essere stabilite solo in futuro, successivamente ad approfondimenti di tipo geotecnico e geomeccanico;
e) una relazione analitica sulle attività svolte in forma cartacea e digitale.
a)
l’analisi dei dissesti idrogeologici nell’area di Atrani;
b)
la
previsione delle conseguenze derivanti al patrimonio architettonico ed
artistico del Comune.
Le
attività di ricerca sono state svolte dallo scrivente, in qualità di
Responsabile scientifico della convenzione, che si è avvalso dell’aiuto del
Dott. Geologo Claudio De Luca -Collaboratore esterno del predetto Dipartimento
e destinatario di un Contratto di ricerca all’uopo stipulato nonché
del personale amministrativo del Dipartimento stesso.
In
data 22/05/2002 è stato consegnato al Consorzio Civita un Rapporto intermedio
illustrante le attività fino a quella data svolte.
L’abitato
di Atrani è situato in Penisola amalfitana, in prossimità dello sbocco del
torrente Dragone nel Golfo di Salerno (figura 1). Tale corso d’acqua, nel
suo tratto terminale, percorre una stretta e profonda forra delimitata, sia ad
Est che ad Ovest, da ripide pareti rocciose, talora sedi di crolli di massi di
notevoli dimensioni.
Sebbene il territorio comunale sia piuttosto circoscritto (appena

In
tal senso, gli obiettivi conseguiti hanno riguardato la definizione della
suscettibilità ai crolli dalle pareti e la perimetrazione delle aree urbane
soggette a possibili fenomeni di invasione, grazie alla ricostruzione delle
traiettorie dei massi. Inoltre, è stata messa a punto e verificata in sito
una metodologia di studio, in parte innovativa, per la definizione del diverso
grado di fratturazione degli ammassi lapidei, a partire da dati geofisici di
prospezioni sismiche del tipo down - hole.
Ai fini del presente studio, oltre ai dati specificamente raccolti in campagna, si è fatto riferimento a quelli di perforazioni geognostiche, geosismici e di prove di laboratorio messi a disposizione dall’Amministrazione comunale e relativi alle indagini effettu ate nell’ambito della redazione del Piano Regolatore Generale.
2. CENNI STORICI SUGLI EVENTI IDROGEOLOGICI DEL TERRITORIO
Poiché
l’abitato è ammesso a consolidamento ai sensi della Legge n. 445/1908
(Ministero LL.PP., 1963), è apparso essenziale effettuare una ricerca storica
sugli eventi naturali che hanno interessato nel passato l’area al fine di
poter disporre di un catalogo quanto più preciso ed aggiornato possibile.
In
tal senso è stata effettuata una ricerca sulle fonti storiografiche
disponibili presso
Trattandosi
di un territorio abitato fin dai tempi più antichi, copiosa è apparsa la
documentazione storica; per rimanere nel campo specifico degli eventi
idrogeologici, va detto che numerosi sono anche i riferimenti agli eventi
naturali.
Numerose
fonti cronachistiche, fanno riferimento a fenomeni di crollo -ed ai
conseguenti danni all’abitato -già a partire dal XV secolo ed in
particolare negli anni 1401, 1588, 1764 e 1780 (Camera,
1881). I danni furono
talvolta particolarmente rilevanti e generalmente occorsero in occasione di
terremoti o piogge intense.
Più
recentemente, in seguito ad un crollo verificatosi nel 1924, Atrani fu inclusa
nell’elenco dei Comuni dichiarati instabili ed ammessa a consolidamento,
come previsto dalla legge 445/1908 (Ministero dei LL. PP., 1963). Grazie a
tale legge, vari lavori parziali di consolidamento, spesso però basati su
criteri di progettazione inadeguati, furono realizzati in diverse occasioni e,
segnatamente, dopo l’evento sismico del novembre 1980.
Il
già citato Autore
(Camera,
1881), riporta anche le date di diversi eventi
sismici che hanno interessato la zona sia nel Medioevo che nei secoli
successivi, con una elencazione dei danni subiti. Egli si dilunga anche sulla
descrizione di fenomeni catastrofici di ingressione marina nell’abitato, a
seguito di mareggiate eccezionali. Nel volume I della sua monumentale opera si
legge: “… In fatti si ha da autentici documenti, che, nel mare di
Atrani, prima del XVI secolo, già vi rimanevan sommerse le chiese di S. Maria
dell’Arco, ovvero della cappella, e che quest’ultima giaceva appunto –
subtus locum ubi dicitur lo platamone, in mari, de qua nihil in praesentiarum
apparet “.
Altri
riferimenti tratti dal Camera riguardano fenomeni di instabilità dei costoni
rocciosi incombenti sull’abitato ed eventi di piena del Torrente Dragone che
attraversa, per tutta la sua estensione, il paese fino al mare. A pag. 592 del
vol. I si legge: “… ed in Atrani franaron grossi macigni dalle pendici
del colle orientale, ad essa superiore, con grande rovina; rimanendovi fra
l’altro schiacciate e sepolte le chiese di S. Maria Comite Janni e di S.
Nicola de Forma…”.
Per
gli eventi di piena del torrente Dragone si citano in particolare (vol. II
pagg. 249250) le date del 1588, 1764 e
Preziosa
per la ricerca storica ed iconografica si è dimostrata anche l’opera di
Vincenzo Proto (Proto, 1992) ricca di illustrazioni e fotografie risalenti
alla seconda metà del XIX ed alla prima metà del XX secolo.
Altra
fonte consultata è il Catalogo AVI (CNR-GNDCI, 1998) che, con riferimento
agli ultimi decenni, censisce 2 fenomeni di crollo (1986 e 1991,
rispettivamente) e 1 evento d’inondazione del torrente Dragone (1984).
Dai
dati storici riportati, risulta evidente che i rischi idrogeologici che
interessano il territorio di Atrani possono ricondursi essenzialmente a:
-
crolli dai costoni rocciosi;
-
colate rapide delle coltri detritico – piroclastiche
in appoggio sui versanti
carbonatici;
-
esondazioni del torrente Dragone;
- mareggiate eccezionali, con conseguenti fenomeni di erosione costiera.
L’area studiata è ubicata sul versante
meridionale della Penisola Sorrentino amalfitana, che – a sua volta –
rappresenta un horst orientato trasversalmente alla catena appenninica
e separante le due depressioni tettoniche della Piana Campana a nord e del
Golfo di Salerno a sud. Tale struttura è costituita da una monoclinale
mediamente immergente verso NW, che sul lato meridionale è interessata da
numerose ed estese faglie trasversali (orientate NW-SE), molte delle quali con
evidenti caratteri di trascorrenza (fig. 2).

Fig.
2. Schema strutturale della Penisola Sorrentina. 1: lineamenti strutturali
principali; 2: principali faglie trascorrenti; 3 depressioni costiere
subtriangolari e rispettivi angoli al vertice.
L’ossatura
della Penisola è costituita da una spessa sequenza di calcari dolomitici
mesozoici sui quali, nel corso del Miocene, si sono depositati terreni
flyschoidi, attualmente conservati in piccole depressioni strutturali; minori
volumi di depositi clastici quaternari, assieme a terreni detritico
-piroclastiti, sono presenti a copertura del substrato mesozoico -terziario.
L’attuale
assetto morfostrutturale del territorio di Atrani, e più in generale delle
aree limitrofe, è il risultato di una complessa evoluzione tettonica che ha
comportato la successione e sovrapposizione di fasi deformative di tipo
compressivo, trascorrenti ed estensionali accompagnate da fasi di intensa
erosione (Caiazzo et. Al.,
2000). Un esame dettagliato rivela che un primo
sollevamento dell’originaria superficie terziaria della piattaforma
carbonatica è occorso tra la fine del Miocene e l’inizio del Pliocene. Ad
esso è seguita una lunga fase erosiva che ha portato alla formazione di
un’ampia paleosuperficie che fu successivamente frammentata in numerosi horst
e graben durante una nuova fase tettonica nel Pleistocene
inferiore. Lembi residui di questa paleosuperficie, possono essere individuati
in isolati ripiani relitti alla sommità di alcuni rilievi della Penisola
(monte S. Erasmo, M. Comune, M. Cerasuolo) e in alcune zone ribassate come le
piane di Agerola, Ravello o la località Castello di Pogerola. Nel Pleistocene
medio un nuovo sollevamento tettonico causò il ringiovanimento dei lineamenti
morfologici che subirono un marcato modellamento sia ad opera dei processi di
erosione lineare che di dissoluzione carsica, impostatisi lungo le zone di
faglia meno resistenti. Tali processi, che portarono all'individuazione di
forre molto incassate (Furore, Pogerola, Atrani), uniti all’erosione
crioclastica dovuta alle più recenti fasi glaciali e soprattutto alla
glaciazione wurmiana (Cinque,
1986), hanno modellano i versanti conferendogli
le attuale configurazioni. Su un’importante faglia, con d irezione N-S, si
è impostato il Torrente Dragone, analogamente ai principali corsi d'acqua
limitrofi (Vallone di Pogerola, Valle dei mulini di Amalfi, Torrente Reginna
di Maiori) che ricalcano quasi fedelmente le principali fratture di questo
sistema presenti tra Amalfi e Maiori (Fig. 2).
Infine
la deposizione dei prodotti piroclastici del vulcanismo campano provenienti
dai Campi Flegrei e, per la zona di Atrani, soprattutto dall'edificio
vulcanico del Somma-Vesuvio, ha completato il quadro geologico così
delineato.
Nuove
vedute sull’Appennino meridionale e numerosi studi di carattere
geostrutturale (Patacca e Scandone, 1991; Capotorti e Tozzi, 1991; Caiazzo ed
Al., 2000) hanno evidenziato la presenza di faglie trascorrenti nell’area,
probabilmente legate all’ultima fase compressiva della Catena.
Una
reinterpretazione di dati geostrutturali ricavati da aerofoto (Budetta e
Santo, 1993) e nuovi dati geologici acquisiti in campagna, hanno evidenziato
la presenza di numerose faglie trascorrenti, a seguito delle quali si sono
formate depressioni costiere subtriangolari, per lo più sul versante
meridionale della Penisola. Queste ultime sono delimitate da linee tettoniche
secondarie formanti tra di loro angoli varianti tra 20° e 45° (Fig. 2);
lungo queste linee tettoniche spesso si sono individuate pareti subverticali o
fortemente inclinate (Fig. 3). Si ritiene che dette depressioni siano dovute a
movimenti di rotazione di blocchi crostali, determinati dal movimento lungo
faglie trascorrenti (Budetta e
Santo, 1993), così come osservato in altri
contesti geologici da Nur et Al.
(1988).

Fig. 3.
Panoramica del costone orientale che sovrasta l’abitato.
Nell’area di indagine, le misure di giacitura dei
giunti appartenenti alle diverse famiglie di discontinuità presenti su
entrambi i lati della forra di Atrani, hanno permesso sia la determinazione
dell’angolo al vertice (circa 30°) della depressione costiera
subtriangolare in cui è situato l’abitato, sia una ricostruzione sintetica
delle principali fasi morfostrutturali che hanno interessato l’area durante
il Plio -Pleistocene (fig. 4).

Fig. 4. Rappresentazione
mediante diagrammi a blocchi dell’evoluzione morfostrutturale dell’area di
Atrani durante il Plio-Pleistocene. A: faglie con direzione NW-SE (a) e faglie
trascorrenti (b) con relative fasce cataclastiche che individuano un blocco
subtriangolare risultante dall’effetto “rotazionale” della
sollecitazione. B: sollevamento dell’area, formazione del paleo-alveo del T.
Dragone e avvio dei processi di erosione carsica . C: situazione attuale con
incisioni trasversali a forma di U, impostate in fasce cataclastiche, e
sviluppo di grotte carsiche di interstrato.

Fig. 5. Carta geologica del territorio di Atrani. 1: depositi alluvionali e di spiaggia attuali; 2: depositi detritico-piroclastici; 3: calcari dolomitici; 4: giacitura dei piani di strato; 5: faglia; 6: sondaggio geognostico; 7: sondaggio geognostico con esecuzione di prospezioni down-hole; 8: traccia di sezione geologica
Il
substrato roccioso affiorante nell’area è costituito da calcari dolomitici
e calciruditi in strati e banchi (Figg. 5, 6 e 7), talora con interstrati
marnoso-argillosi, centimetrici (Iannace,
1991). Queste rocce, caratterizzate
da ridotta erodibilità, danno luogo a versanti con pendenze elevate e pareti
subverticali a seguito del modellamento, ad opera degli agenti della dinamica
esogena, di originarie superfici di faglia caratterizzate da notevoli rigetti.
Sul
substrato calcareo è presente poi, soprattutto lungo le parti medio basse dei
versanti, una copertura detritico-piroclastica di ridotto spessore (per lo più
inferiore a
La successione stratigrafica è infine completata dalla presenza di depositi alluvionali e di spiaggia, attuali, formati da ghiaie e sabbie di colore grigio scuro.

Fig. 6. Sezione geologica A-A’. Per il significato dei simboli si veda
la figura 5.
5. ASSETTO MORFOSTRUTTURALE DI DETTAGLIO E MODELLI DI ROTTURA

Fig.
7 Schema geomorfologico dell’area di studio. 1: lineazioni tettoniche
principali; 2: morfologie vallive impostate su zone cataclastiche; 3:grotte di
interstrato; 4: frane da crollo; 5: giaciture dei piani di strato; 6: stazioni
di misura per analisi geostrutturali e geomeccaniche.
Il
fronte orientale, lungo approssimativamente
Il
fronte ovest è anch’esso coincidente con un piano di faglia (Fig. 7),
orientato secondo la direzione N 20° W, avente azimuth di immersione di circa
70°. L’andamento del versante è qui molto più articolato, rispetto a
quello opposto, per la presenza di frequenti ripiani suborizzontali posti a
diverse quote e di pareti trasversali secondarie, alte tra 20 e

Fig.
8 Dettaglio del costone occidentale. Si osservino
I
settori medio – bassi dei versanti, di collegamento tra le pareti ed il
fondovalle hanno, specialmente lungo il versante ovest, molti tratti
fortemente acclivi (l’angolo medio di inclinazione del pendio è prossimo ai
45°) ed appaiono ricoperti da depositi detriticopiroclastici frequentemente
terrazzati mediante muri a gravità in pietrame a secco, per permettere la
coltivazione dei limoni (figg. 8, 9 e 10).
Su entrambi i versanti sono stati rilevati i dati di orientazione (azimuth d’immersione -a -ed immersione -b) di 470 giunti stratigrafici e tettonici presenti in stazioni di misura opportunamente ubicate, in base alle caratteristiche geologiche generali dell’area e a considerazioni di tipo logistiche circa l’accessibilità dei luoghi (fig. 4). Sulla base dei dati di orientazione sono stati riconosciuti numerosi sistemi di discontinuità riferibili, a seconda della tipologia, a piani di strato, faglie (a luoghi con evidenti segni di trascorrenza) e giunti tettonici, la maggior parte dei quali può essere raggruppata in famiglie, mentre una parte minore risulta distribuita casualmente. La stratificazione, con immersione generale verso sud e sud est, rappresenta il sistema più persistente.

Fig. 9. Dettaglio del versante occidentale ove si evidenziano i
terrazzi colturali al piede della parete rocciosa ed un enorme blocco separato
dalla roccia retrostante da un giunto aperto (si veda anche la fig. 10).

Fig. 10 Sezione geologica B-B’ (per
l’ubicazione si veda la figura 5). 1: depositi detritico-piroclastici; 2
depositi alluvionali; 3: calcari dolomitici; 4: faglie.
I
principali sistemi tettonici hanno direzione NW-SE e NE–SW o,
subordinatamente, all’incirca E -W e contribuiscono a ribassare verso mare
le principali balze calcaree di questo settore della Penisola sorrentino
-amalfitana. Un altro importante sistema, legato alla faglia lungo la quale si
imposta il T. Dragone, ha invece direzione N-S.
Molte
fratture appartenenti a questi ultimi sistemi, e rilevabili a scala medio piccola,
presentano piani subverticali e contribuiscono ad isolare volumi rocciosi di
forma trapezoidale e colonnare, sovente di notevoli dimensioni (località
Castello, zona posta ad est della Torre dello Zirro, costone orientale
nell'area sovrincombente
Le
orientazioni delle discontinuità di ogni parete sono state rappresentate su
reticoli stereografici equatoriali secondo Muller (figure 11A e 11B),
identificando i sistemi principali. Anch'essi, successivamente, sono stati
rappresentati su stereogrammi usando la proiezione sull’emisfero inferiore
(figure 12A e 12B). L'esame delle isodense e delle ciclografiche,
rappresentate nelle figure 11 e 12 (si veda anche tabella 1), porta alle
seguenti conclusioni:
(a) il sistema dei piani di strato (S) è debolmente inclinato ed ha direzione di immersione verso SE. Esso presenta una rotazione relativa di 30-35°, passando dal versante orientale (dove gli strati presentano valori di a di circa 130°) a quello occidentale (dove a è pari mediamente a circa 166°);
(b)
i
sistemi K2E (rilevato lungo la parete est), K3W e K4W (rilevati lungo la
parete ovest), mostrano azimuth di immersione molto simili (circa 210°);
analogamente, i sistemi K5E e K2W, rilevati rispettivamente lungo la parete
est e lungo quella ovest, mostrano azimuth di immersione molto simili
(approssimativamente 240°); tra le direzioni dei gruppi di sistemi omologhi
presenti sulle due pareti (con direzione N30°W e N60°W, rispettivamente) si
registra una differenza angolare di circa 30°;
(c)
sulla parete est i piani medi
dei set di giunti K2E, K3E e K5E (fig. 12A) individuano cunei fortemente
inclinati verso il basso, con angoli compresi tra 75° e 80°; i piani di
strato sono orientati obliquamente rispetto alla parete ed hanno una
spaziatura media di 0,8-

Fig.
11. Isodense dei punti rappresentativi dei giunti rilevati lungo le pareti
nell’area di studio. Reticoli stereografici equatoriali (proiezione
sull’emisfero inferiore).
A: parete est; B: parete ovest.
(d) sulla parete ovest (a = 70°, b non è univocamente definibile), le intersezioni dei set di giunti K1W-K3W e K1W -K4W (fig. 12B) individuano cunei con minore probabilità di distacco, a causa della loro bassa o media pendenza. Inoltre i valori degli azimuth di immersione delle suddette linee di intersezione divergono di circa 70° dall’azimuth di immersione della scarpata stessa (tavola 1). Fa eccezione l’intersezione dei set di giunti K1 W -K5W, perché individua cunei fortemente inclinati e perciò con una maggiore probabilità di distacco. Su questa parete, inoltre, si possiamo individuare numerose scarpate secondarie, quasi ortogonali alla parete principale, spesso coincidenti con le faglie principali e con i giunti appartenenti al sistema K5W (figg. 7 e 12B). Lungo queste scarpate secondarie, si riscontrano diverse superfici, con inclinazione alquanto variabile, coincidenti con piani di strato del sistema SW che rendono cinematicamente possibili fenomeni di scivolamento planare.

Fig.
12. Proiezioni ciclografiche dei piani medi rappresentativi dei set di giunti
riportati in Tabella 1. Reticoli stereografici equatoriali (proiezione
sull’emisfero inferiore). S: polo del piano medio rappresentativo della
stratificazione; Kn: polo del piano medio rappresentativo di un sistema di
giunti.
A: parete est; B parete ovest.
|
Set di giunti |
Azimut
di |
Immersione |
Distacchi di |
|
|
|
|
immersione |
|
cunei
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Intersezione
|
Linea
di
|
|
|
|
|
|
di
set di
|
intersezione
|
|
|
|
|
|
giunti
|
|
|
|
|
|
|
|
Trend
(°)
|
Plunge
(°)
|
|
Versante est
|
|
|
|
|
|
|
SE
|
130
|
16
|
K2E-K3E
|
161
|
75
|
|
K1E
|
025
|
64
|
K2E-K5E
|
173
|
78
|
|
K2E
|
210
|
80
|
K3E-K5E
|
169
|
75
|
|
K3E
|
163
|
75
|
|
|
|
|
K4E
|
006
|
72
|
|
|
|
|
K5E
|
240
|
85
|
|
|
|
|
Versante
|
|
|
|
|
|
|
ovest
|
|
|
|
|
|
|
SW
|
166
|
15
|
K1W-K5W
|
92
|
83
|
|
K1W
|
052
|
85
|
K1W-K3W
|
130
|
68
|
|
K2W
|
238
|
74
|
K1W-K$W
|
139
|
28
|
|
K3W
|
206
|
84
|
|
|
|
|
K4W
|
208
|
54
|
|
|
|
|
K5W
|
146
|
85
|
|
|
|
Tabella 1: set di giunti rilevati sulle due pareti e loro possibili intersezioni che favoriscono crolli di cunei.
6. VALUTAZIONE DELLO STATO DI FRATTURAZIONE DELL’AMMASSO
La
valutazione dello stato di fratturazione, in termini di frequenza,
persistenza, orientazione e condizioni dei giunti, rappresenta un aspetto
fondamentale della Meccanica delle rocce poiché influenza la forma e il
volume dei blocchi di un ammasso roccioso e la sua resistenza meccanica
(resistenza alla compressione e al taglio, modulo di deformazione ecc.).
Il
grado di fratturazione viene valutato, sugli affioramenti, in termini di
numero di giunti per unità di lunghezza o per unità di superficie, lungo
linee di scansione o, per le carote estratte da fori di sondaggio, calcolando
il Rock Quality Designation RQD (Deere,
1963). Il numero di giunti per
unità di volume Jv può essere ricavato dal parametro RQD, al quale è legato
dalla relazione (Palmström,
1975):
RQD = 115 – 3.3 Jv. [1]
Allorquando la roccia è debole, risulta difficile ottenere una misura affidabile della frequenza dei giunti dalle carote di sondaggio, poiché le stesse operazioni di perforazione e recupero delle carote, oltre al detensionamento dell’ammasso, possono a umentare il numero di fratture. Sono state proposte (Sjögren e Altri, 1979; Palmström, 1995) due relazioni iperboliche che permettono di ottenere, rispettivamente, la frequenza unidimensionale dei giunti (Nl) e l’RQD dell’ammasso roccioso, utilizzando le v elocità di propagazione delle onde sismiche longitudinali (v) ricavate da prospezioni sismiche a rifrazione. Le relazioni sono le seguenti:
Nl
= (Vn –
v) / (Vn
* v * ks)
[2]
e
RQD = (Vq- v) / (Vq * v* kq) [3]
In
esse Vn rappresenta
la velocità delle onde longitudinali nella roccia integra, Vq è
la velocità delle onde longitudinali nell’ammasso roccioso con RQD = 0, ks e
kq sono
parametri che tengono conto delle effettive condizioni dell’ammasso roccioso
in esame. I parametri Vn e
ks dell’equaz
ione [2] possono essere determinati, utilizzando due coppie di dati (v, Nl)
determinati in sito, mediante le relazioni:
Vn = [v1 * v2(Nl2–Nl1)
] / [Nl2
* v2 -Nl1 * v1]
[4]
e
ks= 1/ Nl1(1/ v1-1/ Vn) [5]
dove
Nl1, v1 e Nl2,
v2 sono
i valori corrispondenti di frequenza unidimensionale dei giunti (giunti/m) e
velocità di propagazione delle onde P. Con analoga procedura, possono essere
ricavate le costanti
kq Vq nell’equazione
[3].
Il
metodo basato sull’equazione [2] può essere usato, una volta note almeno
due coppie di dati (v, Nl). Tale equazione fornisce risultati affidabili (Palmström,
1995) poiché, per come sono state ricavate, le costanti utilizzate tengono
conto delle condizioni di sito, quali eventuali apertura dei giunti o
riempimenti. Una volta ottenuto Nl, può essere calcolato il numero di giunti
per unità di volume (Jv) mediante l’equazione:
Jv
= kl *Nl
,
[6]
sebbene
il coefficiente di proporzionalità kl possa variare notevolmente, essendoci
una scarsa correlazione tra Nl e Jv (fig. 13).
Analogamente all’equazione [2], l’equazione [3]
permette di calcolare l’RQD dell’ammasso roccioso una volta determinati i
valori delle costanti
In tal modo, una volta ricavati i parametri suddetti
su un limitato volume di roccia in un dato sito, è possibile determinare lo
stato di fratturazione dell’ammasso roccioso in zone circostanti, che
presentino le stesse caratteristiche geologiche e litologiche, purché si
disponga dei dati di velocità delle onde sismiche. Il metodo va comunque
utilizzato con attenzione, considerato che variazioni nelle caratteristiche
fisiche e mineralogiche degli ammassi rocciosi, come condizioni di stress e di
alterazione, possono influenzare i valori di velocità delle onde registrati
in ammassi con lo stesso grado di fratturazione.

Fig. 13 Variazione del coefficiente angolare della
retta di correlazione Jv=kl*Nl
Nell’area
di Atrani è stato possibile ricavare i parametri ks, Vn, kq e
Vq utilizzando i valori di Nl e RQD, ottenuti da un attento esame delle carote
estratte da fori di sondaggio effettuati per la redazione del Piano Regolatore
Generale del Comune. Inoltre, si disponeva dei valori delle velocità di
propagazione delle onde sismiche longitudinali (P) e trasversali (S), ottenuti
mediante prospezioni down-hole negli stessi fori di sondaggio (Fig.
14).
Sebbene
si sia riscontrata una certa dispersione dei punti sperimentali (fig. 15), le
numerose coppie sperimentali (v, Nl) e (v, RQD) ottenute, hanno permesso di
ricavare i parametri delle curve di
correlazione Nl -(v) e RQD -(v) mediante il metodo della regressione. L’uso
delle prospezioni sismiche in foro, a differenza della sismica a rifrazione,
ha consentito inoltre di disporre anche dei valori di velocità di
propagazione in zone più fratturate, quali zone di faglia, in cui l’ammasso
roccioso ha un comportamento meno rigido, poste al di sotto di zone meno
fratturate e quindi più rigide.

Fig. 14 Colonne stratigrafiche di alcuni
sondaggi (per i simboli si veda
6.1 Correlazioni tra velocità di propagazione delle onde ed i parametri RQD ed Nl
I valori di RQD ed Nl,
misurati sulle carote estratte dai sondaggio, e le velocità di propagazione
delle onde longitudinali, misurate in foro, sono stati usati per calcolare i
parametri Vn,
Vq,
ks e
kq
delle equazioni [2] e [3], con il metodo dei minimi quadrati
(Budetta et Al., 2001). Inizialmente sono stati tenuti separati i set
di dati relativi alle porzioni di ammasso roccioso al di sopra e al di sotto
della falda acquifera, calcolando, in tal modo, curve di regressione
differenti per le due diverse condizioni. Tuttavia, le due curve di Nl in
funzione di v, analogamente alle due curve di RQD in funzione di v, tracciate
sia per l’ammasso al di sopra che per quello al di sotto della superficie
piezometrica, erano molto simili e si discostavano alquanto solo agli estremi
dell’intervallo di velocità considerato. Inoltre, il campione di dati
relativo all’ammasso roccioso al di sotto della piezometrica (nella zona di
fondovalle ove sono stati perforati i sondaggi) conteneva poche coppie di dati
con bassi valori di Nl ed alti valori di v, mentre il set di dati
relativo all’ammasso al di s opra della piezometrica aveva pochi
punti con alta frequenza delle fratture e bassa velocità. Per i suddetti
motivi si è ritenuto di raggruppare i dati in un singolo insieme da
utilizzare per le successive analisi.
Le curve di regressione così calcolate hanno le seguenti equazioni:
Nl
= (6.33-v)/(6.33*v*0.025)
e
RQD = (1.22-v)/(-1.22*v*0.0069)
dove Vn =
6.33 km/s; ks =
0.025; Vq =
1.22 km/s; kq =
- 0.0069
I
relativi grafici mostrano che, nell’intervallo di velocità comprese tra 1 e
2 km/s, a piccoli incrementi di velocità corrispondono notevoli decrementi
della frequenza unidimensionale dei giunti e, allo stesso tempo, forti
incrementi di RQD; simili variazioni di velocità, per valori di v maggiori di
circa di 2 km/s, comportano variazioni di RQD e Nl progressivamente minori.
Come si può osservare in fig. 7b, per v = 1,22 km/s si ricava RQD = 0. Ciò
significa che la rilevazione, in un certo sito nell’area di Atrani, di
velocità pari o inferiori a 1,22 km/s corrisponde ad un ammasso roccioso
estremamente fratturato, al punto che un eventuale sondaggio geognostico
permetterebbe il recupero di spezzoni di roccia di lunghezza tutti inferiore
ai
Al
contrario, velocità dell’ordine di 3-4 km/s stanno ad indicare un ammasso
roccioso con un numero di fratture per metro comprese tra 3,7 e 7 per il quale
ci si attende un RQD compreso tra 70% e 82,5%.
I dati così ottenuti sono stati utilizzati
nell’ambito dello studio più generale riguardante i fenomeni di crollo, così
come meglio dettagliato nei paragrafi successivi.

Fig.
15 Curve di correlazione tra velocità di propagazione delle onde
longitudinali e frequenza unidimensionale dei giunti (a) e tra velocità di
propagazione delle onde longitudinali ed RQD (b) ottenute per l’area di
Atrani.
In
base ad osservazioni e misure in sito, a fotografie ed a testimonianze, è
stato possibile ubicare le nicchie di distacco e ricostruire, in dettaglio, la
dinamica di alcuni crolli (punti di impatto e di arresto) al fine di tracciare
le possibili traiettorie seguite dai massi coinvolti in due importanti
episodi.
Il
primo fenomeno studiato è avvenuto nel 1991, lungo la parete occidentale
sovrastante l’abitato ed ha coinvolto un masso di forma poliedrica
allungata, del volume di circa
Fig. 16 Blocco risultante da una frana
verificatasi lungo il versante occidentale. Si notino gli alberi abbattuti a
seguito dell’impatto.
Il
secondo crollo studiato, risalente al 1986, è avvenuto in corrispondenza del
ciglio della parete situata circa
7.1 Analisi a ritroso dei crolli
Per
determinare gli appropriati valori dei parametri meccanici dei materiali
costituenti le scarpate che hanno controllato l’evoluzione dei crolli e per
ricostruire, anche nella loro componente verticale, le traiettorie dei
blocchi, sono state eseguite diverse analisi sui due fenomeni sopra descritti,
usando il programma software “ ROCKFALL” (fig. 17) sviluppato da Hoek
(Hoek, 1987).
Il
programma, che comprende una subroutine per l’analisi probabilistica,
secondo il metodo Montecarlo, della propagazione dei blocchi, richiede in
input i seguenti dati:
•
il profilo del pendio suddiviso in segmenti elementari;
•
le componenti della velocità iniziale del masso in caduta;
•
l’angolo d’attrito sul piano di distacco (per lo scivolamento
planare);
•
il valore medio e la deviazione standard per entrambi i coefficienti di
restituzione, tangenziale (et) e normale (en), relativi
a ciascun segmento elementare;
•
il numero di cicli richiesto per ciascuna analisi.
L’output consiste in una
rappresentazione grafica di:
•
il tracciato delle traiettorie dei blocchi per ciascun set di
simulazioni secondo il metodo Montecarlo;
•
un istogramma distanza-frequenza che rappresenta il numero di blocchi
corrispondente alla distanza raggiunta.
I

Fig. 17 Analisi a ritroso di una delle
frane del versante ovest secondo il metodo di Hoek. N: numero di traiettorie
esaminate; dp: depositi detritico-piroclastici; cd: calcari dolomitici.
Non
esistendo valori sperimentali dei suddetti coefficienti per il sito in esame,
si è fatto riferimento in un primo momento ai valori ricavati
sperimentalmente in una cava di calcari a Castellammare di Stabia. Qui le
prove sono state eseguite registrando la caduta libera di massi all’uopo
lanciati e i successivi rimbalzi su roccia e sul deposito detritico al piede
delle pareti (Urciuoli, 1988; Budetta e De Riso,
1988). I valori dei
coefficienti di restituzione en ed et ottenuti (0.20 e 0.53, rispettivamente)
sono inferiori a quelli mediamente riportati in letteratura (Richards,
1988),
ma sono in accordo con le proprietà meccaniche ottenute per gli ammassi
rocciosi analizzati (50 < sc<
100 MPa e rapporto E50%/sc
> 500) (Urciuoli, 1988).
Le
back analyses per i crolli di Atrani, eseguite utilizzando, per i
calcari dolomitici, i parametri cinematici su indicati, hanno permesso di
ricavare anche gli analoghi coefficienti en ed et (pari
rispettivamente a 0.10 e 0.20) validi per i depositi piroclastici rimaneggiati
dei terrazzamenti antropici posti alla base delle scarpate. Questi valori sono
confrontabili con quelli ottenuti da altri autori per depositi detritici
prossimi all’area di studio
(Urciuoli, 1988)
e sono stati pertanto ritenuti
sufficientemente attendibili.
Per verificare i risultati ottenuti e per
evidenziare ulteriormente il ruolo giocato dai terrazzamenti nel modificare
altezze dei rimbalzi, velocità e punto di arresto della traiettoria, si è
ritenuto utile usare anche un altro programma di calcolo (Paronuzzi, 1987,
1989). Diversamente dal programma di Hoek, questo programma fornisce le
velocità di impatto e di rimbalzo nei diversi punti della traiettoria.

Fig. 18. Rappresentazione grafica dell’analisi probabilistica delle traiettorie mediante il metodo di Paronuzzi. I profili tracciati sono relativi a situazioni morfologiche e topografiche riscontrate lungo i pendii dell’area di Atrani. A: analisi relativa ad un pendio naturale; B: analisi relativa ad un pendio terrazzato. N: numero di traiettorie esaminate; 1: inviluppo delle massime altezze delle traiettorie dei blocchi; 2: traiettoria del blocco che ha raggiunto la massima distanza; 3: inviluppo delle massime velocità; 4: distribuzione in frequenza dei blocchi che si arrestano ad una determinata distanza dal punto di distacco; 5: geometria del pendio.
•
coordinate del profilo del pendio;
•
caratteristiche litologiche del pendio;
•
caratteristiche del rimbalzo in relazione ai valori del coefficiente di
restituzione e;
•
tipo di movimento (scorrimento traslativo, caduta libera io rimbalzo,
rotolamento);
•
angoli di attrito di scivolamento e rotolamento;
•
condizioni di movimento (punto di distacco, velocità iniziale del primo
tratto in caduta libera e angolo di proiezione iniziale).
I risultati in uscita sono sia in
forma grafica che numerica e consistono in:
•
rappresentazione della traiettoria del masso;
•
angoli e velocità di impatto e di rimbalzo;
•
punto di arresto del masso.
Tale
metodo assume un unico coefficiente di restituzione per ogni materiale e i
risultati della simulazione sono condizionati in modo rilevante dall’angolo
di incidenza () dei vari segmenti della
traiettoria. Utilizzando un metodo probabilistico, entrambi i parametri e ed
vanno considerati variabili stocastiche
indipendenti i cui valori variano in modo continuo in un determinato
intervallo e la funzione di densità di probabilità per tali valori, secondo
Chowdhury (1987), deve essere considerata una “distribuzione beta” (Paronuzzi,
1989).
Il
metodo proposto, con la sua formulazione di tipo statistico, è stato
applicato a due sezioni (fig. 18) che sono state considerate sufficientemente
rappresentative delle più frequenti condizioni morfologiche e topografiche
dell’area di Atrani . È stato eseguito un numero totale di 100 simulazioni
ipotizzando che il movimento consiste in una caduta libera, una serie di
rimbalzi e rotolamenti.
Dalla
comparazione dei risultati ottenuti per le due sezioni sono state fatte le
seguenti deduzioni:
a)
la presenza dei terrazzi produce rimbalzi più alti lungo le traiettorie ma,
d’altra parte, riduce rapidamente la velocità media di traslazione lungo il
pendio;
b)
mentre tutti i blocchi raggiungono il piede di un pendio privo di
terrazzamenti ed i loro punti di arresto dipendono dalla velocità media di
traslazione, circa il 64%
Sebbene
i due metodi di analisi delle traiettorie presentino differenze dal punto di
vista metodologico e statistico, essi forniscono risultati che sono in
sufficiente accordo, specialmente nell’identificare la maggior parte dei
punti di arresto dei massi in corrispondenza dei terrazzi più vicini alla
base della parete.
8. PERIMETRAZIONE DELLE AREE A RISCHIO
I modelli di rottura dei versanti e i parametri dedotti dalle back analyses, hanno permesso di prevedere in modo attendibile la cinematica di possibili, futuri crolli. Pertanto si è ritenuto utile redigere una mappa delle aree di possibile invasione, nell’intero fondovalle, in base alla quale valutare in futuro gli interventi più adeguati e per fornire un supporto alla pianificazione urbanistica.

Fig. 19 Tracce dei profili topografici
lungo cui sono state calcolate le traiettorie (1) e aree di invasione dei
blocchi (2) risultanti dalle elaborazioni.
A
tale scopo sono stati tracciati, con adeguato dettaglio ed utilizzando oltre
ad un rilievo aerofotogrammetrico alla scala 1:1000 anche documentazione
fotografica e misure dirette di campagna, 14 profili trasversali del versante
orientale e 19 di quello occidentale. Questi profili sono stati tracciati in
corrispondenza delle zone a maggior suscettibilità da crollo, a causa di
situazioni morfostrutturali sfavorevoli e della presenza di abitazioni
prossime alla base delle scarpate.
Utilizzando
il programma “ ROCKFALL” di Hoek, sono stati identificati statisticamente
i punti di arresto più distanti per ciascun profilo, ipotizzando un iniziale
scorrimento planare lungo il primo segmento elementare della scarpata, un
tratto in caduta libera, un impatto principale alla base della parete, seguito
da rimbalzi secondari e rotolamenti fino al punto di arresto.
Nelle
simulazioni delle traiettorie dei blocchi (approssimativamente, in numero di
6600) non sono stati considerati possibili impatti contro i muri a secco dei
terrazzi. Poiché essi sono realizzati con frammenti sfaccettati di calcare
dolomitico, potrebbero generare rimbalzi tali da permettere ai blocchi il
raggiungimento di punti di arresto più avanzati. Tuttavia, essendo un muro un
elemento lineare di spessore estremamente piccolo rispetto alla lunghezza
della traiettoria di un masso, la probabilità di impatto su di esso è stata
ritenuta sufficientemente bassa.
Le
coordinate dei punti di arresto più avanzati, ricavate nel corso delle
simulazioni, sono riportate in carta al fine di perimetrare le aree
maggiormente esposte ad invasione (fig. 19). L’ampiezza media dell’area al
piede del versante orientale è valutabile in circa
Nella
maggior parte delle simulazioni relative a pendii con zone terrazzate al
piede, si è notato che per i primi due o tre terrazzi la probabilità di
invasione da parte di massi, e pertanto il livello di pericolosità, è
maggiore rispetto ai terrazzi più bassi.
In
generale, l’ampiezza delle aree di invasione dipende da una serie di fattori
morfologici come il punto di distacco dalla parete, la presenza di asperità
sulla scarpata e soprattutto la presenza, il numero e l’ampiezza dei
terrazzamenti coltivati al piede delle scarpate. Questi ultimi rappresentano
senza dubbio il più significativo fattore di riduzione dell’ampiezza delle
aree d’invasione sia a causa della presenza di una vegetazione arborea
piuttosto fitta che per effetto della lavorazione del terreno agrario che lo
rende più soffice, riducendone quindi i valori dei coefficienti di
restituzione all’urto.
9. TIPOLOGIE D’INTERVENTO PER
Alla
luce di quanto sin qui esposto, è sembrato utile delineare ed individuare,
anche se in maniera del tutto preliminare ed interlocutoria, le possibili
tipologie di intervento per la riduzione della pericolosità da frana lungo i
costoni e quindi, in definitiva, per la mitigazione del rischio. Naturalmente,
il corretto dimensionamento delle opere di difesa esula dagli obiettivi della
presente Relazione e potrà formare oggetto di approfondimento, solo a seguito
di studi geomeccanici di maggior dettaglio.
Pur
con tali limitazioni e tenuto conto del quadro geostrutturale e geognostico
sin qui delineato, è possibile individuare, a grandi linee, le seguenti
tipologie di interventi ritenute più idonee.
a) Interventi attivi: mediante chiodature
d’ancoraggio opportunamente spaziate e disposte su più file, costituite da
barre d’acciai o integralmente connesse alla roccia, previa cementazione
mediante miscele cementizie. Ove lo si ritenesse opportuno, le teste dei
chiodi potranno essere collegate con idonei cordoli in c.a.
b) Interventi passivi: mediante reti con funi
in aderenza e barriere paramassi. Le reti, costituite da filo d’acciaio
zincato con maglie poligonali a doppia torsione, saranno del tipo rinforzato
mediante funi di armatura opportunamente ancorate. Le barriere paramassi,
invece, saranno del tipo ad elevato assorbimento d’e nergia, dimensionate ed
ubicate al fine di arrestare eventuali massi in caduta libera.
Per
quanto riguarda il costone orientale, ove lo spazio disponibile tra le
abitazioni ed il piede delle pareti è decisamente più ridotto, sarà
preferibile intervenire con chiodature e reti in aderenza. Queste tipologie di
opere andranno ad interessare aree limitrofe a quella già bonificata, alcuni
anni addietro dalla Regione Campania, ed immediatamente sottostante la località
Torre Civita.
Ai
piedi del costone occidentale, invece, ove prevale una tipologia di versante
del tipo “parete verticale – pendio al piede terrazzato” e dove in
generale le case sono più distanti dalle potenziali aree sorgenti, si
potranno preferire interventi con reti ancorate e barriere paramassi. Queste
ultime, opportunamente dimensionate ed ubicate, hanno il vantaggio di un minor
impatto visivo, una volta ricostituitasi la vegetazione locale.
Lo
studio ha evidenziato la stretta dipendenza dei fenomeni di crollo
nell’abitato di Atrani dalle caratteristiche morfologiche del territorio, a
loro volta derivanti dalle complesse vicende tettoniche che hanno interessato
l’area. Lo studio della fratturazione e delle proprietà geomeccaniche degli
ammassi e dei terreni affioranti ha permesso di ricavare i valori più idonei
dei coefficienti di restituzione all’urto da utilizzarsi nello studio delle
traiettorie e di proporre una perimetrazione delle aree di invasione di massi
al piede delle scarpate. Tale mappa può fornire un valido supporto sia alla
progettazione di interventi per la mitigazione del rischio e al
dimensionamento di difese attive e passive, che alla pianificazione
urbanistica.
Nell’ambito
dello studio dei crolli è emerso l’importante ruolo svolto dalle superfici
terrazzate nel ridurre l’estensione delle aree esposte a fenomeni
d’invasione. Si ritiene tuttavia possibile affinare ulteriormente la
mappatura di tali aree, utilizzando un rilievo plano – altimetrico di
maggior dettaglio e programmi di calcolo capaci di gestire un modello digitale
del terreno anziché il semplice profilo bidimensionale.
Lo
studio ha infine permesso di calcolare curve di correlazione tra la velocità
di propagazione delle onde sismiche longitudinali (v) e la frequenza
unidimensionale dei giunti (Nl) e tra v e l’RQD che consentiranno di
valutare, anche mediante prospezioni sismiche a rifrazione, i parametri
geomeccanici Nl ed RQD degli ammassi rocciosi in altre aree del territorio
comunale. I risultati del metodo vanno comunque trattati con cautela giacché
possono aversi notevoli variazioni nelle caratteristiche fisiche e
mineralogiche degli ammassi rocciosi, così come condizioni di stress e di
alterazione, che possono influenzare i valori di velocità registrati in rocce
con lo stesso grado di fratturazione.
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