2. 2. ANALISI  DELLA  PERICOLOSITA'

 

2.2.1.                 Velocità

2.2.2.                 Dimensioni

2.2.3.                 Energia

 

 

Indice Capitolo 2

 

 

2.2.1    Velocità

Hungr (1981) ha proposto una scala di intensità dei fenomeni franosi basata sulla velocità del movimento ed associata ad una scala dei danni analoga alla scala Mercalli per i terremoti. Anche in questo caso la definizione dell'intensità è basata su delle ipotesi relative alle conseguenze; tuttavia vengono anche fornite precise soglie di velocità che delimitano le diverse classi. La scala di Hungr (1981) è stata in parte modificata e razionalizzata da Cruden & Varnes (1996) ed è mostrata in Tabella 2.1.

Tabella 2.1. Scala di intensità delle frane basata sulla velocità e sul danno prodotto (Cruden & Varnes, 1996)

Classe

Descrizione

Danni osservabili

Velocità

(m/s)

7

Estremamente

rapido

Catastrofe di eccezionale violenza. Edifici distrutti per l’impatto del materiale spostato. Molti morti. Fuga impossibile.

5 m/s

5

6

Molto rapido

Perdita di alcune vite umane. Velocità troppo elevata per permettere l’evacuazione delle persone.

3m/min

5 x 10-2

5

Rapido

Evacuazione possibile. Distruzione di strutture, immobili ed installazioni permanenti.

1.8 m/h

5 x 10-4

4

Moderato

Alcune strutture temporanee o poco danneggiabili possono essere mantenute.

13m/mese

5 x 10-6

3

Lento

Possibilità di intraprendere lavori di rinforzo e restauro durante il movimento. Le strutture meno danneggiabili possono essere mantenute con frequenti lavori di rinforzo se il movimento totale non è troppo grande durante una particolare fase di accelerazione.

1.6 m/anno

5 x 10-8

2

Molto lento

Alcune strutture permanenti possono non essere danneggiate dal movimento.

16 mm/anno

5 x 10-10

1

Estremamente lento

Impercettibile senza strumenti di monitoraggio. Costruzione di edifici possibile con precauzioni

 

 

 

La determinazione della velocità di un fenomeno franoso è in genere problematica. Una stima approssimata della velocità può essere ottenuta dalla tipologia del fenomeno e dal suo stato di attività (VARNES, 1978) (Tabella 2.2).

Tabella 2.2  - Velocità delle frane (riferita alla classi proposte da CRUDEN & VARNES, 1996) in base alla tipologia del movimento, al materiale coinvolto e allo stato di attività. N= neoformazione; R = riattivazione.

 

CLASSI DI VELOCITÀ

 

1

2

3

4

5

6

7

crollo

 

 

 

 

 

 

 

ribaltamento

 

 

 

 

 

 

 

scivolamento di roccia (neoformazione)

 

 

 

 

 

 

 

scivolamento di roccia (riattivazione)

 

 

 

 

 

 

 

scivolamento di detrito

 

 

 

 

 

 

 

scivolamento di terra (neoformazione)

 

 

 

 

 

 

 

scivolamento di terra (riattivazione)

 

 

 

 

 

 

 

espansione laterale in roccia

 

 

 

 

 

 

 

espansione laterale di blocchi di roccia sopra livello duttile

 

 

 

 

 

 

 

espansione laterale per liquefazione

 

 

 

 

 

 

 

colamento in roccia

 

 

 

 

 

 

 

colamento di detrito

 

 

 

 

 

 

 

colamento di terra coesiva (neoformazione)

 

 

 

 

 

 

 

colamento di terra coesiva (riattivazione)

 

 

 

 

 

 

 

 

Altro approccio rispetto alla velocità è quello proposto, in Canuti & Casagli (1996), in base alla tipologia dell’evento franoso, al materiale coinvolto ed al suo stato di attività (neoformazione o riattivazione) (Tabella 2.3).

Tabella 2.3. Velocità delle frane, riferita alle classi proposte da Canuti & Casagli (1996) (tab. X) in base alla tipologia del movimento, al materiale coinvolto ed allo stato di attività (N=neoformazione; R=riattivazione)

Tipologia

Crollo

Scivolamento

Colamento

Materiale

Roccia

Roccia

Detrito

Terra

Roccia

Detrito

Terra

Stato di attività

-

N

R

-

N

R

-

-

-

Classe di velocità

6-7

5-6

1-5

1-6

5-6

1-5

1-2

1-7

1-4

 

La relazione fra tipo di movimento e velocità è abbastanza evidente: una colata di detrito a rapida evoluzione o un crollo di roccia in genere sono molto rapidi o estremamente rapidi, mentre una colata di terra è di solito lenta o molto lenta. Tranne alcune eccezioni discusse da Hutchinson (1987), rispetto allo stato di attività, un movimento di neoformazione (frana di prima generazione) in genere è più veloce della riattivazione di uno scivolamento pre-esistente, in quanto nel primo caso siamo in presenza di un materiale a rottura fragile mentre nel secondo a comportamento duttile, in quanto la resistenza al taglio è prossima o corrispondente ai valori residui. Tale differenza è tanto più marcata, quanto più elevatà è la fragilità del materiale.

La zonazione del territorio in classi di intensità avviene attraverso l’interpretazione critica dei dati raccolti nella carta inventario, integrata con le informazioni derivabili dagli altri documenti di base. I fenomeni franosi censiti nelle carte inventario devono essere classificati in base all’estensione areale e alla velocità presunta; per la stima di quest’ultima può essere utilizzato lo schema proposto in tabella 2.4 e 2.5. Per quanto riguarda i versanti non ancora interessati da fenomeni franosi, ma potenzialmente instabili, è necessario procedere ad opportune estrapolazioni, tenendo conto della tipologie di frana che si verificano in condizioni geologiche, morfologiche, vegetazionali e antropiche simili.

 

Tabella 2.4 - Schema per la valutazione semplificata dell’intensità.

 

 

 

 

VELOCITA’

 

 

 

classe

v0

v1

v2

v3

 

 

 

valori di riferimento

-

< 10-6 m/s

(< m/mese)

10-6 - 10-4m/s

(m/mese - m/h)

> 10-4 m/s

(>m/h)

 

classe

valori di rif.

descrizione

TRASCURABILE

LENTO

MODERATO

RAPIDO

 

 

a0

 

-

 

TRASCURABILE

 

I0

 

I0

 

I0

 

I0

 

A

R

 

a1

 

< 103 m2

 

MODESTA

 

I0

 

I1

 

I2

 

I3

E

A

 

a2

 

103 - 105 m2

 

MEDIA

 

I0

 

I1

 

I2

 

I3

 

 

a3

 

> 105 m2

 

GRANDE

 

I0

 

I2

 

I3

 

I3

Tabella 2.5 - Classi di intensità riferite allo schema di tab. 2.4

Intensità

Descrizione

I0

NULLA

non si ritengono possibili frane di entità apprezzabile

I1

LIEVE

sono presenti, o si possono presumibilmente verificare, solo frane di modesta entità

I2

MEDIA

sono presenti, o si possono presumibilmente verificare, solo frane di entità intermedia

I3

ELEVATA

sono presenti, o si possono presumibilmente verificare, frane di maggiore entità

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2.2.2    Dimensioni

Altro parametro per definire l’intensità di una frana è la stima delle dimensioni della massa spostata in un evento franoso. Tale approccio, proposto da Fell (1994) (Tabella 2.6), esprime l’intensità della frana come il volume in m3 della massa spostata.  

Tabella 2.6. Scala di intensità delle frane basata sul volume della massa spostata (Fell, 1994)

Intensità (I)

Descrizione

Volume (m3)

7

Estremamente grande

> 5 x 106

6

Molto grande

1 x 106 ¸ 5 x 106

5

Mediamente grande

2.5 x 105 ¸ 1 x 106

4

Media

5 x 104 ¸ 2.5 x 105

3

Piccola

5 x 103 ¸ 5 x 104

2.5

Molto piccola

5 x 102 ¸ 5 x 103

2

Estremamente piccola

< 5 x 102

 

La stima del volume della massa spostata è spesso difficile per cui può essere conveniente far riferimento all’estensione areale delle frane come misura dell’intensità.

Una migliore definizione dell’intensità sulla base delle dimensioni, dovrebbe tener conto delle differenze fra i vari tipi di frana. Il DRM (1990) ha proposto di associare le volumetrie di materiale spostato distinte per diverse tipologie di frana (tabella 2.7) ai livelli di intensità calcolati rispetto alle conseguenze sull'uomo e sulle perdite economiche. Per le frane di scivolamento, in cui la stima del volume spostato è particolarmente difficile, vengono forniti dei limiti di profondità.

 

Tabella 2.7. Corrispondenza tra intensità e caratteristiche fisiche del fenomeno (DRM, 1990)

CROLLI E RIBALTAMENTI

 

Volume (m3)

Descrizione

H1

E1

< 102

Caduta di blocchi isolati

H2

E2

102 - 104

Crollo, ribaltamento o scivolamento di blocchi

H3

E3

104 - 106

Crollo in massa

H3

E4

> 106

Crollo o scivolamento di roccia catastrofico

COLATE

 

Volume (m3)

Descrizione

H1

E1

< 5 x 102

Colata o scivolamento di fango

H2

E2

5 x 102 - 104

Colata di fango o detrito

H3

E3

104 - 106

Colata rapida di detrito

H3

E4

> 106

Trasporto in massa eccezionale

SCIVOLAMENTI

 

Profondità (m)

Descrizione

H0

E1

< 2

Scivolamento superficiale o soliflusso

H0

E2

2 – 10

Scivolamento localizzato

H0

E3

10 – 50

Scivolamento di un versante

H0

E4

> 50

Scivolamento eccezionale

 

Nella tabella 2.7 è mantenuta la distinzione fra intensità e conseguenze sul piano umano (H0 – H3) e su quello economico (E1 – E4). Nell’associazione delle due scale di intensità si è fatto implicitamente riferimento a valutazioni sulla velocità di movimento: infatti le due scale coincidono per i movimenti rapidi quali i crolli e i colamenti; per quanto riguarda invece gli scivolamenti, generalmente lenti, l’intensità rispetto alle conseguenze sul piano umano è da considerersi nulla (H0) indipendentemente dalle dimensioni del fenomeno. In tale definizione sono pertanto incluse delle valutazioni sulla vulnerabilità. Va rimarcato che le sigle H ed E, corrispondenti ai termini in lingua francese humaine e économique, non vanno confusi con la terminologia di riferimento UNESCO in cui H  è la pericolosità ed E gli elementi a rischio.

 

Limiti ed incertezze

Ø        La sola dimensione di una frana difficilmente può essere in grado di definire l’intensità del fenomeno in quanto frane di piccole dimensioni, ma che si sviluppano con elevate velocità (es. crolli, colate rapide di terra o di detrito) hanno un contenuto di pericolosità e rischio potenziali, molto più elevato rispetto a fenomeni dimensionalmente maggiori, ma che si sviluppano con cinematismi lenti o estremamente lenti.

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2.2.3    Energia

Gli approcci tramite velocità e dimensioni sono entrambi parziali in quanto non esaustivamente rappresentative dell’intensità. Come rilevato da Morgenstern (1985) e da Cruden & Varnes (1996), frane di ridotte dimensioni ed elevata velocità producono spesso più danni di grandi frane con bassa velocità; tale quantità è infatti proporzionale all’energia cinetica del fenomeno.

L’intensità potrebbe essere considerata uguale, o proporzionale, all’energia cinetica sviluppata dalla frana, che è variabile nel tempo: nulla nelle condizioni iniziali, crescente dopo l’innesco del fenomeno fino ad un valore massimo, poi decrescente fino ad annullarsi di nuovo. Per l’intensità della frana si può considerare la massima energia cinetica istantanea oppure l’energia cinetica media.

Una stima del bilancio energetico di una frana può effettuarsi adottando il "modello a slitta" (sled model), originariamente proposto da Heim (1932) e ripreso, fra gli altri, da Scheidegger (1973), Hsü (1975) e Sassa (1988), che si basa sull’ipotesi che tutta l’energia persa nel movimento sia dissipata per attrito. Con riferimento alla Fig. 2, il bilancio energetico di una frana di massa m, il cui centro di massa si trovi ad un’altezza y dal punto di arresto ed a una distanza orizzontale x dal punto di distacco, sottoposta ad un’accelerazione gravitazionale g, può essere espresso da:

dove:

U = m g y                   energia potenziale

K = ½ m v2                 energia cinetica

W = m g x tanfa        lavoro delle forze d’attrito

Dividendo tutto per il peso mg della frana si ottiene la seguente relazione:

                                                                     

dove, oltre alle quantità già definite, y0 indica la quota iniziale del centro di massa (all’inizio del movimento, mentre fa rappresenta l’angolo di attrito apparente (Sassa, 1988) ed è una funzione dell’angolo di attrito dinamico del materiale f e della pressione dell’acqua interstiziale durante il moto:

            tanfa = (1 – ru)tanf  

dove ru esprime il rapporto fra la pressione dell’acqua u e la pressione litostatica verticale totale sv.

La distanza di arrivo della frana e la velocità possono essere semplicemente stimate tracciando una linea di energia (Figura 4) passante per il centro di massa all’inizio del movimento ed inclinata di un angolo fa sull’orizzontale. L’energia cinetica massima sviluppata dalla frana è pertanto proporzionale alla massima distanza fra il profilo topografico e la linea di energia; l’energia cinetica media è proporzionale invece all’area del settore compreso fra il profilo e la linea di energia.

 

Figura 4. Modello a slitta per l'interpretazione dei fenomeni franosi (Sassa, 1988). CM = centro di massa della massa spostata; u = energia potenziale; k = energia cinetica; w = lavoro delle forze di attrito; fa = angolo di attrito apparente. Retinato: massa spostata. (Nota: l'energia è divisa per il peso della massa spostata). (Canuti & Casagli, 1996).

 

Limiti ed incertezze

Ø        L’energia di una frana, quale elemento rappresentativo dell’intensità, risulta di difficile determinazione in quanto elemento più teorico che pratico.

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