4.3.      STRUMENTI DELLA RICERCA STORICA - Analisi delle fonti 

4.3.1.      Fase filologica

4.3.1.1.     L’autenticità formale

4.3.2.      Fase interpretativa generale

4.3.2.1.     Fonti documentarie

4.3.2.2.     Fonti narrative

4.3.2.3.     La fonte principale

4.3.2.4.     I testimoni

Indice Capitolo  4.

 

4.3.  Analisi delle fonti

Il termine fonte indica un testo che per le sue caratteristiche di autenticità, autorevolezza e contemporaneità è in grado di attestare in modo diretto avvenimenti in cui l’autore è stato testimone. Non sempre si hanno a disposizione testi che rispondono a tali caratteristiche: soprattutto per il Medioevo si ricorre a testimonianze cronologicamente successive, in cui possono essere stati trasferiti, anche solo parzialmente, testi precedenti.

Partendo dal postulato che la realtà è sempre una materia elaborata criticamente dal pensiero dell’uomo[1] e che, di conseguenza, non esiste una testimonianza storica totalmente oggettiva, è necessario tenere in considerazione alcuni criteri metodologici nella valutazione delle informazioni contenute nelle fonti, sintetizzati in Figura 10.



Figura 10: Fasi di valutazione delle fonti storiche e del loro contenuto informativo.

Limiteremo l’esame a quelle che comunemente si definiscono fonti in senso restrittivo, ovvero, alle fonti scritte, documentarie e narrative.

Inizio

 

4.3.1.      Fase filologica

Prima di servirci di una fonte documentaria o narrativa dobbiamo accertarci della autenticità formale, ovvero che quel documento sia stato effettivamente emanato in quella data dall’autorità, ufficio o persona da cui appare emanato e quella cronaca scritta in quel determinato periodo da quel cronista (anche se anonimo). Operazione preliminare è espellere dal materiale tutte le falsificazioni che possono essere presenti anche in documenti di età moderna. Le falsificazioni possono essere totali o parziali, cioè, nel secondo caso, nascere da aggiunte posteriori fatte al testo originario per mutarne o alterarne il senso. Quest’ultima possibilità è frequente soprattutto per le fonti documentarie medioevali e per le fonti narrative (ricordi, diari).

Per stabilirne l’autenticità, un documento viene sottoposto all’esame “estrinseco” e “intrinseco”. Il primo permette di stabilire se la forma esteriore (scrittura, materia scrittoria, formule stilistiche, lingua) corrisponde ai caratteri propri di quella determinata età. Questo controllo è particolarmente importante per documenti medievali in cui sia la materia scrittoria (papiro, pergamena, carta) e l’uso di scritture ben differenziate cronologicamente, sia le formule di saluto, i sistemi di datazione e altre peculiarità possono offrire elementi sicuri di giudizio.

L’esame estrinseco, tuttavia, non sempre permette di definire con certezza l’autenticità di un documento, soprattutto perché, in assenza dell’originale non può applicarsi alle copie.

In particolare, i risultati sono meno sicuri per il controllo di documenti di età moderna, dove le formule non hanno valore caratteristico, le scritture sono meno differenziate e la materia scrittoria è uniforme. Lo stile (come ad esempio gli anacronismi glottologici e letterari), però, anche nei documenti più recenti, può offrire buoni elementi di prova.

Inizio

 

4.3.1.1.     L’autenticità formale

Sinteticamente, i mezzi di controllo dell’autenticità formale sono la materia, la scrittura, le formule e lo stile.

Tra i mezzi di controllo dell’autenticità formale sopra elencati, viene approfondito quello relativo ai diversi tipi di scrittura che sono stati adottati nel corso dei secoli.

 Prima di venire canonizzata dalla stampa, la scrittura costituiva una delle massime espressioni di una cultura. I grandi mutamenti che essa ha subito non sono avvenuti solo per evoluzione interna, bensì, soprattutto, per il passaggio da una struttura all’altra, sotto l’influsso di profonde modifiche spirituali, sociali, economiche e politiche.

Avvicinare documenti di epoca medioevale può spesso risultare scoraggiante e disorientante poiché spesso richiede vere e proprie competenze paleografiche, ovvero di quella scienza che studia i caratteri grafici antichi[4].

A parte qualche testo, per lo più meridionale, scritto in caratteri greci o ebraici, generalmente si affrontano documenti che utilizzano alfabeti di tipo latino, risalenti, cioè, a quelli in uso nell’età classica.  A grandi linee, la storia della scrittura latina è ormai abbastanza nota. Anche se i paleografi discutono ancora sull’origine di alcuni sistemi che la costituiscono, sono abbastanza concordi sul loro carattere e sulla loro successione.

Andrebbe oltre le competenze richieste in questa sede tracciare la storia delle scritture: se ne tratteggiano di seguito solo alcune tappe, in una prospettiva del tutto parziale (ovvero quella italiana), per offrire un’idea generale delle possibili difficoltà che può incontrare chi si accinge a esaminare un documento manoscritto.

L’originalità dell’Italia nella storia della scrittura latina consiste nell’aver dato alla civiltà occidentale, a circa quindici secoli di distanza l’una dall’altra, le tre forme di scrittura che essa utilizza ancor oggi: la capitale, il romano e l’italico. Tutte queste scritture derivano dall’alfabeto greco che i romani hanno preso dagli etruschi verso la fine del secolo VII a.C.

La stele del Foro romano rappresenta la più antica iscrizione latina, attribuita alla fine del secolo VI a.C. Nell’età di Augusto diventa capitalis quadrata e durante l’alto impero “corsiva”. Alla disgregazione dell’impero si accompagnò qualche sfaldamento della scrittura in tipi che spesso corrispondono alle articolazioni politico-territoriali (scrittura visigotica, merovingica, beneventana, etc.). Si ritornò ad una certa unità con Carlo Magno che appoggiò il restauro delle forme scrittorie latine. Nasce così la “maiuscola carolina” che, diffusa nel Sacro Romano Impero, comprendeva una varietà più accurata per i libri e una corsiva usata nei documenti. Tra i secoli XI e XII la opposizione tra le due varietà si accentuò, poiché la scrittura libraria assunse un tratteggio sempre più spigoloso, fatto di linee verticali grosse e di linee orizzontali sottili. Questa littera textualis (ovvero dedicata ai libri), dominante in Europa fino al termine del Quattrocento e più a lungo nei libri e giornali tedeschi, venne poi definita gotica[5], con epiteto cronologicamente incongruo. In Italia tale scrittura ebbe forme più rotondeggianti rispetto alla Francia o alla Germania.

All’inizio del Quattrocento, il tentativo di restaurare la cultura classica si manifestò anche nell’imitazione della scrittura usata nei codici di età carolingia. Nella sua forma tipica la nuova scrittura (cosiddetta “romana” o “umanistica rotonda”) è tonda ma, parallelamente era usata anche una forma corsiva che porterà alla cosiddetta “italica”. Quest’ultima, nota anche come “umanistica corsiva”, fu praticata a partire dal 1423. Divenuta scrittura delle cancellerie italiane, l’”umanistica corsiva” fu adottata nel Cinquecento per i manoscritti più accurati e Aldo Manunzio la fece incidere in caratteri da stampa che oltralpe vennero appunto chiamati “italici”.

Nei secoli compresi tra il XIII e il XVI possono quindi incontrarsi scritture di tipo gotico, tardogotico, cancelleresco e umanistico[6]. All’interno dello stesso tipo varia poco il numero dei tratti usati per formare le lettere (tratteggio) mentre sono più sensibili le differenze nel ductus (cioè nel modo di condurre la penna) che può essere lento e accurato, dando luogo ad una scrittura posata oppure veloce e poco elaborato, producendo una scrittura corsiva o corrente. Ci sono poi distinzioni geografiche, sociali e funzionali, tanto che esiste la scrittura cancelleresca, oppure la mercantesca[7].

L’identificazione del periodo al quale attribuire una scrittura è complicato, quindi, dalla coesistenza in uno stesso periodo di scritture di tipo diverso oltre che dal fatto che nelle scritture volgari si utilizza un alfabeto in precedenza adibito a registrare i suoni di una lingua diversa, il latino. Il trasferimento provoca incongruenze, innovazioni e fasi più o meno lunghe di incertezza nella definizione di nuove equivalenze, variabili da zona a zona, tra singole lettere e i suoni che si vogliono rappresentare.

Inizio

 

4.3.2.      Fase interpretativa generale

Stabilita l’autenticità del materiale (fase filologica), si passa alla fase interpretativa nella quale vengono prese in esame le affermazioni contenute in un documento autentico per accertarne il grado di credibilità.

Nella valutazione delle fonti, la fase interpretativa riveste una enorme delicatezza e non è possibile definire rigide procedure che regolino a priori, secondo schemi prefissi, il percorso di indagine, come, invece, avviene per la fase filologica.

La grande varietà di fonti e i problemi diversissimi che esse pongono, non consentono di enunciare principi di carattere generale. Di fronte ad ogni singola fonte documentaria bisogna rendersi conto dei problemi specifici che essa pone in base alla propria particolare peculiarità.

Tali considerazioni valgono sia per le fonti a noi più vicine, come le relazioni dei prefetti e dei questori o i giornali, sia per le prediche, riferite a fatti del giorno che descrivono usi e costumi della vita contemporanea nel Medioevo, impostate, generalmente, su uno schematismo aprioristico di carattere morale che può provocare una deformazione della realtà effettiva[8].

L’esame intrinseco prevede, quindi, un attento esame del contenuto del documento per appurare se quanto affermato non sia in contraddizione con fatti già sicuramente noti. Qualora sia stato operato un processo di falsificazione, esso è difficilmente individuabile, poiché spesso è stato compiuto servendosi in parte di documenti autentici e solo con una minuziosa analisi intrinseca è possibile risalire alla verità.

L’esame estrinseco non è sufficiente soprattutto per i documenti a noi più vicini.

Inizio

 

4.3.2.1.     Fonti documentarie

Quando si utilizza una fonte si pone la necessità di conoscerne l’autore, le connotazioni formali e sostanziali proprie dell’ambiente in cui si è formata, le finalità giuridiche o giuridicamente rilevanti che si intendeva perseguire, la situazione storica in cui quella fonte si colloca[9].

Nei limiti del possibile tutte le affermazione dovrebbero trovare riscontro nel contesto o in riferimenti ad avvenimenti già noti o di altra natura. Possibilmente non ci si dovrebbe limitare a un solo elemento ma estendere l’analisi a tutto il complesso. Ciò non è sempre possibile perché la ricerca risulterebbe oltremodo lunga e complicata. In questo contesto, gli approcci storici hanno condizionato anche i risultati nell’ambito delle scienze della terra. Dal Quattrocento al Settecento si è guardato con sospetto le cronache, i memoriali e in genere tutte le fonti narrative, conferendo invece al documento autentico in senso formale l’attributo incontrovertibile di veridicità. Dall’Ottocento in poi, anche di fronte a documenti considerati di per sé autentici, lo storico si domanda se le affermazioni contenute sono vere poiché anche questo genere di fonti può contenere errori di fatto o errori di interpretazione dei fatti. Tali considerazioni valgono anche per i documenti di archivio dove i rapporti di prefetti e questori costituiscono una fonte importante non solo per la storia della politica interna di un paese ma anche per gli studi ambientali. Considerazioni analoghe si estendono ai giornali per i quali sono da considerare le variabili relative all’indirizzo politico nonché ai legami con gli ambienti economici e finanziari che possono influenzarne l’orientamento e i giudizi.

Anche di fronte a documenti la cui verità sia apparentemente incontrovertibile, come nel caso di documenti basati su cifre, non si tratta di dati sicuramente certi, ovvero di una riproduzione fedele della realtà oggettiva, poiché anche i rilievi statistici procedono per mezzo dell’opera di uomini con le relative possibilità di errore. In questo caso è bene procedere con il raffronto di dati di varia origine.

Inizio

 

4.3.2.2.     Fonti narrative

Per le fonti narrative, in particolare per le cronache, gli annali e le cosiddette storie, una volta stabilita l’autenticità bisogna esaminare di quale materiale si è servito il cronista per stendere il suo racconto. Egli, infatti, può attingere alla sua esperienza diretta (come Guicciardini nella Storia d’Italia) o a materiale d’archivio, oppure ad altre narrazioni precedenti la sua. In quest’ultimo caso bisogna verificare se si limita a riassumere o a riprodurre i testi oppure apporta modificazioni di giudizio o di altri elementi. Quest’ultima è, evidentemente, una questione fondamentale. Nel primo caso abbiamo una fonte originaria o primaria, nel secondo caso una fonte derivata. Spesso i due caratteri risultano associati, poiché una narrazione che abbraccia un periodo di tempo abbastanza lungo e non sia limitata a un ambito geografico locale deve almeno in parte riferirsi ad altre narrazioni.

Inizio

 

4.3.2.3.     La fonte principale

Seguendo Bernheim[10], si suggeriscono alcuni criteri generali da seguire per appurare la dipendenza di una fonte narrativa da un’altra. Si parte dal presupposto che lo stesso fatto non viene riferito nello stesso modo da due o più persone, sia rispetto alla forma sia rispetto al contenuto. Ne consegue che:

  1. Se due o più narrazioni riferiscono gli stessi eventi in forma simile, esse devono essere in qualche rapporto di dipendenza, anche nel senso di derivare da una terza fonte comune.

  2. Anche se la forma è diversa ma la narrazione considera un insieme di avvenimenti riferiti a un identico arco temporale e a particolari punti, trascurandone altri, è assai probabile (non assolutamente sicuro) un rapporto di dipendenza tra loro o di ambedue da una terza fonte.
    E’ evidente che dato un gruppo di fonti derivate tutte da un’altra, il valore maggiore è da attribuire alla fonte primaria. In un solo caso una fonte secondaria mantiene un’importanza quasi pari a quella primaria: quando il testo di quest’ultima sia andato perduto e rimanga solo l’adattamento fatto dal redattore della fonte secondaria. Rispetto alla fonte primaria bisogna porsi la domanda su come il cronista poteva conoscere quei fatti di cui si parla e quale era l’animus (tendenze, aspirazioni, ecc.) con cui egli si accingeva a scrivere.
    Stabilito il rapporto di dipendenza il passo successivo consiste nell’individuare la fonte originaria e quella derivata. A tal fine è utile identificare gli autori e l’età in cui hanno scritto. Quando ciò non è possibile ci si attiene a norme di carattere generale.

  3. Nel caso di due fonti in cui la stessa espressione è male interpretata o tradotta, quest’ultima si considera derivata.

  4. Nel caso di più fonti in cui lo stile è migliore si considera originaria quella scritta in modo meno elegante, poiché il miglioramento stilistico e la cura dei collegamenti formali si considerano l’elaborazione personale che l’autore fa subire alla materia trattata nella fonte principale.

  5. Più complesso il problema di fronte a due cronache in cui una contiene notizie più ampie e particolareggiate rispetto all’altra. Se si può escludere un rapporto di dipendenza da una terza fonte, in generale si ritiene che la fonte più estesa sia la principale e quella più ridotta la secondaria. Quando, invece, le notizie contenute nella fonte con maggiori dettagli rivelano un carattere sistematico e proprio (ad esempio si riferiscono ad una serie di eventi di una certa città di cui l’altra fonte non fa menzione), allora, in linea generale si conclude che la fonte più breve è la principale dalla quale l’altra ha attinto, aggiungendo notizie provenienti da una terza fonte.

Dopo aver risolto la questione sulla primarietà, soprattutto per le fonti narrative è necessario un attento esame preliminare in rapporto alla tendenziosità politica, all’influsso della tradizione storiografica romana, delle dottrine e degli schemi religiosi, politici e morali della tradizione cristiana. A tal riguardo è utile scoprire come il cronista era informato di quei fatti e quale era la sua tendenza e la sua visione (ad esempio eventuali intendimenti politici e religiosi) e definire l’eventuale influenza della tradizione letterario-storiografica o di quella cristiana. La cronachistica medioevale soggiace, infatti, a schemi ed espressioni della storiografia minore dell’età imperiale romana (Svetonio, Giustino, Eutropio). L’influsso cristiano, invece, vive in tutti gli scrittori moderni nelle scene e nelle figurazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ciò è particolarmente evidente nelle descrizioni dei fenomeni naturali eccezionali in cui riecheggiano con intensità toni apocalittici, processioni e penitenze finalizzate alla richiesta di aiuto divino.[11] Soprattutto dopo S. Agostino, il significato morale e religioso attribuito ad ogni evento attraversa tutte le narrazioni.

Inizio

 

4.3.2.4.     I testimoni

Manoscritti e stampe superstiti rappresentano, di solito, solo una parte di quello che fu la diffusione reale del testo. Nel caso di un originale perduto, i testimoni possono essere anche molto tardi. In questo caso sarebbe improprio ritenere a priori più autorevole il codice che dista meno dall’originale.

Un testimone meno recente può infatti rappresentare l’ultimo stadio di una fitta serie di trascrizioni (essere cioè copia di copia di copia) e contenere quindi maggior numero di alterazioni rispetto a un testimone più recente la cui storia non sia stata altrettanto travagliata. A questo proposito, la norma “recentiores non deteriores[12] riassume il concetto che, per il fatto di essere tardo, un testimone non è necessariamente un cattivo testimone ma deve essere sottoposto a un attento esame.

Occorre anche evitare giudizi aprioristici sull’aspetto esteriore del testo (eleganza di scrittura, eventuale bellezza delle miniature, ecc.) o sulla scorrevolezza del testo. In questo caso sono anzi legittimi la diffidenza e il sospetto che si tratti di ingannevoli apparenze dovute all’opera di abili artigiani o di copisti.

E’ un dato storico che i procedimenti da seguire di fronte a una tradizione fatta solo di copie sono stati elaborati, nella loro ossatura fondamentale, là dove tale situazione era una regola, a contatto, cioè, con gli autori greci e latini, con il Vecchio e con il Nuovo Testamento. Alla metà dell’Ottocento risale il metodo del Lachmann che seppe organizzare sistematicamente e applicare con rigore un insieme in parte preesistente di nozioni[13]. Tale metodo ha subito nel corso di quasi due secoli varie revisioni e critiche che ne hanno delimitato il campo di applicazione ma non il fondamento. E’ ormai un dato di cultura comune, infatti, la necessità di un confronto spregiudicato tra tutti i testimoni per valutarne l’attendibilità e i reciproci rapporti in vista di una motivata ipotesi su come doveva essere l’originale perduto. Questo aspetto costituisce la critica del testo, o ectodica[14].

Inizio   Indice Capitolo  4.


[1] Chabot F., Lezioni di metodo storico, Roma-Bari, 1995, p. 66.

[2] In appendice sono citati alcuni riferimenti sui sistemi di datazione.

[3] Ad esempio, Luigi Schiaparelli (Schiaparelli L., Note diplomatiche sui più antichi documenti cremonesi del secolo VII-VIII, in “Papsttum und Kaisertum”, Miscellanea P.F. Kehr, Muenchen, 1926) che per dimostrare la falsità delle antiche carte longobarde cremonesi, messe in luce tra il 1815 e il 1825 dal Dragoni, ha rilevato proprio l’uso del giorno della settimana (per es. die Veneris decima intrantis martii) delle feste del calendario ecclesiastico e dell’era del vescovado, contrariamente a quanto si verifica nei documenti sicuramente autentici di quel periodo.

[4] cfr. nota 11 all’interno di questo capitolo

[5] Casamassima E,, Tradizione corsiva e tradizione libraria nella scrittura latina del Medioevo, Roma, Gela E., 1988.

[6] Ugolini F.A., Atlante paleografico romanzo, Torino, Libreria de “La Stampa”, 1942.

[7] Questo tipo è diffuso soprattutto a Firenze alla fine del Trecento come scrittura di uso quotidiano. Cfr. Orlandelli G., Osservazioni sulla scrittura mercantesca nei secoli XIV e XV, “Studi in onore di Riccardo Filangieri”, Napoli, 1959, vol. I, pp. 445-460.

[8] Due esempi. Gli effetti del grave terremoto che colpì la città di Ferrara il 17 novembre 1570 furono minimizzati dalla stessa corte degli Estensi per non compromettere la propria immagine in uno dei periodi di suo maggior splendore.

Gli effetti del lungo periodo di siccità, che interessò l’Italia tra il dicembre del 1937 e l’aprile del 1938, furono senz’altro maggiori di quanto i quotidiani, allora sotto la censura del regime, lasciarono trasparire e ciò al fine di non provocare un generale rialzo dei generi alimentari, evento questo particolarmente dannoso rispetto al programma autarchico varato dal governo.   

[9] Carucci P., Tipologia di archivi, in Gli archivi per la storia contemporanea: organizzazione e funzione. Atti del seminario di studi di Mondovì 23-25 febbraio 1984. Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, n. 53, Roma, 1986, p. 14-15.

[10] Bernheim E., Manuale del metodo storico e della filosofia della storia, Lipsia, 1908.

[11] Gli esempi da citare possono essere innumerevoli, in special modo per il periodo medioevale.

Valga per tutti quanto accadde nel terremoto che colpì la città di Antiochia in Siria nel 528 dove, oltre alle processioni e alle preghiere per far cessare la serie di terremoti, il vescovo Eufremio fece scrivere su ogni casa la frase Christus Nobiscum State (Cristo è con noi. Fermati).

[12] Stussi A., Nuovo avviamento agli studi di filologia italiana, Bologna, 1983, p 103.

[13] Per approfondimenti cfr. Timpanaro S., La genesi del metodo del Lachmann, Padova, 1985.

[14] Sinonimo legato a Quentin H., Essais de critique textuelle (Ecdotique), Paris, 1926.

 Inizio   Indice Capitolo  4.