4.1      STRUMENTI DELLA RICERCA STORICA  - Le fonti storiche

4.1.1.      Classificazione

4.1.1.1.     Fonti volontarie e fonti involontarie  

4.1.1.2.     Fonti orali e audiovisive 

4.1.2.      Fonti scritte  

4.1.2.1.     Materiali di scrittura  

4.1.2.2.     La carta  

4.1.2.3.     I manoscritti  

4.1.2.4.     La stampa 

4.1.3.      Conservazione delle fonti  

4.1.3.1.     Gli archivi e le biblioteche

4.1.4.      La trasmissione delle fonti   

4.1.4.1.     Errori e varianti 

Indice Capitolo  4.

 

4.1.  Le fonti storiche

Ogni traccia del passato rappresenta, in senso lato, una fonte, ovvero il materiale di lavoro dello storico e la condizione fondamentale per la ricerca.

Il punto di partenza della ricerca storica è, comunque, un documento (dal latino docere, insegnare), cioè un oggetto che può fornire una testimonianza utile per conoscere un determinato evento. I documenti, quindi, non devono essere necessariamente scritti. Essi non possono venire concepiti come dati oggettivi e assoluti, di per sé evidenti ed eloquenti, poiché diventano tali solo allorché risultano rilevanti e significativi all’interno delle ipotesi che guidano e orientano la ricerca stessa.

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4.1.1.      Classificazione

Le classificazioni hanno un valore meramente pratico, di comodità di studio e di ricerca, anche perché i criteri su cui poggiano sono sempre imprecisi e incerti. L’insostenibilità delle ripartizioni è stata chiaramente avvertita da eminenti esponenti della ricerca storiografica.[1]

Non è possibile, perciò, una classificazione assoluta delle fonti che, secondo le indicazioni proposte nel passato, tenga conto solo di contenuto, forma o supporto del documento. La classificazione che segue, sintetizzata in Figura 9, ha un valore puramente pratico di comodità e utilità convenzionale nell’ambito della procedura di ricerca, con la consapevolezza che alla base delle distinzioni vi sono criteri tutt’altro che certi e univoci.

 

Figura 9: Sintesi della classificazione delle fonti adottata.

 

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4.1.1.1.     Fonti volontarie e fonti involontarie

Le fonti volontarie o intenzionali, in base alla catalogazione delle fonti nei manuali classici di metodologia, sono quelle che sono state create allo scopo deliberato di lasciare un ricordo, una testimonianza per i posteri. Si tratta di una categoria vastissima che comprende opere artistiche e tecniche, usi, leggi, corrispondenze ecc. Una cronaca, ad esempio, è testimonianza volontaria, in quanto chi ha scritto il resoconto dei fatti voleva che altri ne fossero informati; così chi ha fatto erigere un arco di trionfo si proponeva di celebrare la gloria di un personaggio o di un episodio anche nei secoli futuri.

Le fonti involontarie sono costituite da quasi tutto ciò che il passato ci ha lasciato, ma non intenzionalmente. Sono paragonabili ad indizi che trasmettono o suggeriscono  informazioni, magari incomplete e frammentarie, come sono appunto gli indizi. Cicerone scrivendo le lettere ai suoi familiari non pensava ai posteri, eppure per noi quelle lettere rappresentano una miniera di informazioni sulla vita a Roma nel secolo I a.C. Tali fonti sono numerosissime e vanno dalle reliquie umane agli oggetti di uso comune (in particolare la Preistoria fa ricorso ad essi) .

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4.1.1.2.     Fonti orali e audiovisive

Fin dall'antichità e per molto tempo l’unico metodo per trasmettere notizie fu la tradizione orale: ogni messaggio orale, però, dovendo sottostare a numerosi passaggi (riferimento di voce in voce, trascrizione, interpretazione) comportava necessariamente alterazioni e tendeva inevitabilmente all’approssimazione.  Il greco Tucidide (secolo V a.C.), nell’esporre i criteri con cui si documentò per narrare le vicende della lunga guerra che oppose Atene e Sparta verso la fine del secolo, dichiarava: “Ho ritenuto di dover scrivere i fatti ai quali io stesso fui presente e quelli riferiti dagli altri esaminandoli con esattezza a uno a uno, per quanto era possibile. Era ben difficile la ricerca della verità perché quelli che erano stati presenti ai singoli fatti non li riferivano allo stesso modo, ma secondo che uno aveva buona o cattiva memoria, e secondo la simpatia per questa o quella parte” [2]. Le affermazioni di Tucidide lasciano però intuire che non sempre è possibile distinguere nettamente le fonti primarie da quelle secondarie (di cui si parlerà in seguito); anch’egli, infatti, talvolta riferisce testimonianze fornite da altri. Il problema è lo stesso quando gli storici antichi si ispirano ad autori vissuti in secoli precedenti e le cui opere sono andate perdute.

Nel corso dei secoli la fonte orale ha vissuto periodi di maggiore o minore fortuna. Fino all'avvento di tecnologie in grado di riportarci la viva voce di testimoni di grandi eventi o fatti di vita quotidiana, la fonte orale ha sempre dovuto appoggiarsi ad una trascrizione. La scrittura faceva, quindi, da mediazione, più o meno fedele, tra il testimone e i posteri. E' il caso, ad esempio, dei verbali dei processi per stregoneria o dei manuali medioevali per i confessori: frasi semplici in lingue volgari venivano tradotte in latino, secondo formulari prestabiliti, alterandone perciò profondamente il senso e il contenuto originale.

Tra le fonti orali oggetto di trascrizione (che devono essere sottoposte a una verifica e che assumono sempre la caratteristica di fonti secondarie) possiamo includere leggende, proverbi, notizie tramandate di generazione in generazione, tradizioni, canzoni popolari.

Con l'utilizzo di strumenti di registrazione vocale la fonte orale ha riacquistato una sua dignità di fonte diretta: ad esempio le trasmissioni radiofoniche e televisive corrispondono, per valore storiografico, a giornali, quotidiani e riviste; oppure la registrazione delle voci dei piloti conservata nella scatola nera di un aereo diventa a volte l'unica fonte diretta sulla dinamica di un incidente. Alle fonti audiovisive appartengono quelle fonti che altrove vengono definite figurate e con questi termini si fa riferimento alle carte geografiche e topografiche, alle insegne araldiche, alle monete, ai quadri, ai film.

Molti strumenti di informazione e di consultazione si possono presentare anche o in alternativa alla forma manoscritta o stampata, sotto forma di microfilmati e su diversi supporti elettronici locali (CD-rom, floppy) o remoti (accesso diretto alle reti Internet). E’ possibile, infatti, accedere ai cataloghi nazionali e internazionali tramite la rete Internet[3], modalità di ricerca che si affianca a quella tradizionale dell’opera a stampa. Le nuove tecnologie informatiche stanno anche trasformando i procedimenti di conservazione e di catalogazione delle fonti e, quindi, stanno profondamente incidendo su tutte le fasi della ricerca.

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4.1.2.      Fonti scritte

La fonte scritta è tradizionalmente la fonte per eccellenza dello storico: lapidi, materiale diplomatico e notarile, diari, libri, hanno origine quando gli uomini imparano a scrivere e cominciano a incidere i primi segni su lastre di pietra, fogli di papiro, pergamena, medaglie, tramandandoci così le prime informazioni sicure su determinati fatti. Le fonti scritte a loro volta si distinguono in fonti documentarie e fonti narrative.

Tra le fonti scritte documentarie sono annoverati tutti i documenti di tipo pubblico e di tipo privato. Gli atti pubblici sono quelli emanati dalle autorità politiche (i diplomi dei sovrani; le bolle papali; le istruzioni dei ministri degli esteri; i carteggi degli ambasciatori; i registri delle cancellerie dei principi, del papa e dell’imperatore; gli atti parlamentari; gli editti; i manifesti, etc.) e gli atti di tipo amministrativo (come gli atti anagrafici, le ordinanze, i bandi, le registrazioni catastali)[4].

Gli atti privati  riguardano ogni attività di tipo privato che necessiti la testimonianza scritta (contratti, rogiti notarili, testamenti, doti, ecc.).

Il carattere pubblico o privato del documento è dato dalla sua stessa natura, non dalla persona che lo produce: se, ad esempio, un re emana un decreto, produce un atto di tipo pubblico, ma se firma un rogito notarile per l'acquisto di una proprietà, compie un atto privato.

Altre fonti documentarie sono costituite dalla stampa periodica, dagli atti di congressi, da ogni tipo di documentazione a stampa che voglia fornire particolari informazioni (orari ferroviari, depliant pubblicitari, elenchi telefonici, cataloghi, etc.). Esiste una documentazione scritta anche dell’attività economica: i bilanci delle aziende, i listini dei prezzi, le registrazioni dell’andamento dei cambi e della borsa valori, i registri di contabilità di enti pubblici e privati.

Le fonti narrative sono costituite da cronache, annali, storie, biografie, diari, memorie, racconti di avvenimenti[5].

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4.1.2.1.     Materiali di scrittura

Il più diffuso strumento di divulgazione della scrittura intenzionale e continuativa è il libro che, generalmente, nell’uso corrente del termine designa manoscritti e stampati eseguiti in qualunque tempo e in qualunque luogo su materie preparate ad accogliere, conservare e diffondere i segni e i simboli del pensiero umano[6].

Tra le fonti scritte rientrano, invece, anche testi fissati dalla mano dell’uomo sopra materiali non preparati con tali intendimenti, come i testi graffiti o scolpiti sopra superfici di legno e di pietra, le iscrizioni su colonne, stele, vasi, corazze o lamine votive. I diplomi civili e militari, le tabulae legislative e altri monumenti che talvolta hanno un contenuto analogo a quello tramandatoci dai libri sono oggetto di studio dell’epigrafia.

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4.1.2.2.     La carta

La fabbricazione della carta sembra abbia avuto origine in Cina alla fine del secolo I d.C. Successivamente fu usata dagli arabi a Samarcanda all’inizio del secolo VIII con i cinesi prigionieri di guerra e si propagò rapidamente in tutto il mondo musulmano, compresa la Spagna, dove si iniziò la fabbricazione nel secolo XII.

Successivamente sorsero fabbriche in tutta Europa. L’Italia ebbe cartiere fin dal 1235 sulla riviera ligure e le celebri cartiere di Fabriano nella seconda metà del secolo XI.

Fino ai primi dell’Ottocento la carta veniva fabbricata a mano attraverso stracci macerati nell’acqua dai quali si otteneva la pasta[7]. In questa pasta veniva immerso un telaio di legno contenente una tela metallica sul cui reticolo, sgocciolando si formava lentamente il foglio. Quasi sempre il fabbricante fissava allo stesso reticolo un filamento metallico disposto in modo da formare un disegno di cui rimaneva traccia nel foglio e costituiva la marca della carta o filigrana. Le filigrane rappresentano soggetti e figure diversi (croce, corona, campana, martello, stemmi) e variano da cartiera a cartiera, e anche per una stessa cartiera, nelle diverse epoche di produzione. Per tale motivo esse possono dare utili indicazioni per la datazione e per l’identificazione di una fonte.

Nel 1798 fu inventata la prima macchina per fabbricare la carta che venne introdotta in Italia solo dopo il 1830. Nel 1845 si utilizzò per la prima volta la pasta meccanica di legno che aprì la strada al metodo di preparazione della cellulosa con la quale possono prodursi fogli delle più varie dimensioni e qualità[8].

Oltre alle carte normali, usate per la stampa, meritano menzione le carte di Cina e Giappone usate per le edizioni di lusso, fabbricate rispettivamente con la scorza del bambù o del gelso mescolata a paglia di riso e con  piante di origine giapponese. Inoltre la carta d’India (o Oxford) fine, leggera e sottilissima, usata per le edizioni di libri di molte pagine; la carta calandrata, lucida e compatta, adatta a ricevere illustrazioni nel testo e la carta patinata adatta soprattutto per le tavole fuori testo.

Benché le dimensioni del foglio potevano variare in relazione alla qualità della carta e al tipo di pubblicazione cui doveva servire, possiamo considerarle regolate in quattro fondamentali misure: foglio piccolo, mezzano, reale e imperiale.

Nei libri antichi il foglio tipografico veniva stampato tenendo conto della sua piegatura e, quindi, del formato che avrebbe dovuto avere la pagina.

Il formato dei libri moderni è determinato soltanto dalla loro dimensione in altezza, considerando un certo rapporto tradizionale tra altezza e larghezza. I libri vengono, inoltre, stampati prescindendo dalla piegatura del foglio, in pagine isolate.

Le vecchie denominazioni si riferiscono ai libri stampati nel passato e in riferimento all’altezza in centimetri delle pagine è consuetudine adottare la seguente divisione:

Generalmente si segnalano i formati irregolari come alto, bislungo, quadrato.

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4.1.2.3.     I manoscritti

Il manoscritto è un documento scritto dalla mano dell’uomo, con qualunque sistema e anche con l’ausilio di mezzi meccanici, che ha la caratteristica precipua dell’unicità. In senso ristretto sono manoscritti i testi continui che ci tramandano le opere dell’ingegno, letterarie, di diritto, filosofiche scientifiche e di qualsiasi altra natura e, in senso più lato, anche i documenti e gli atti pubblici e privati, le lettere, le scritture commerciali e contabili, le note apposte a mano sopra un testo a stampa per correggerlo e chiosarlo.

I manoscritti papiracei erano generalmente confezionati in rotoli, cioè avvolti intorno a un cilindro di legno (dal latino “volvo” deriva il termine volumen). Quelli pergamenacei vennero composti in più fogli piegati e riuniti in quaderni, in quanto di norma in numero di quattro e cuciti in modo da formare il cosiddetto codex. Il foglio piegato comprende due carte (fogli) composto di due facciate: quella di destra chiamata recto e il suo rovescio che si chiama verso. In un manoscritto possono precedere il testo e seguirlo alcuni fogli bianchi di protezione che sono detti di riguardo o di guardia. I manoscritti venivano spesso decorati con miniature, ovvero illustrazioni a vivaci colori, relative alla trattazione dell’opera, allegoriche o ornamentali. Erano poi rilegati con assi di legno o cuoio o con pergamene rigide. Talvolta i piatti delle legature erano rinforzati da borchie e ricoperti con lamine metalliche in funzione protettiva e ornati con fregi e pietre preziose, opere a smalto e a balzo.

I manoscritti vennero conservati durante il Medioevo soprattutto nelle case dei principi e nei monasteri. Più tardi nelle biblioteche pubbliche dove erano assicurati ai plutei mediante catene.

Possono trovarsi manoscritti stilati a tutta pagina oppure a colonne, quasi mai più di due, affiancate e allineate[9].

Lo studio delle antiche scritture (che usano frequenti abbreviazioni[10]) e l’avviamento alla loro lettura forma oggetto di studio della paleografia[11]. I manoscritti, infatti, contengono, di norma, testi di difficile interpretazione, in quanto non sono sempre evidenti le divisioni tra le parole e neppure quelle delle parti e dei capitoli ai quali è fatta allusione nelle rubriche. Queste ultime sono una specie di titoli o brevi riassunti delle parti e dei capitoli seguenti, che si distinguono spesso dal testo perché sono scritti in inchiostro rosso (dal latino ruber) oppure sono indicati in forma abbreviata ai margini del foglio.

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4.1.2.4.     La stampa

Le origini della stampa sembra che possano rintracciarsi in Cina tra i secoli VII e VIII.

Il primo libro stampato a caratteri mobili con data certa è la raccolta dei proverbi di Confucio, stampato in Corea nel 1324. In Occidente è la cosiddetta Bibbia di 42 linee (o Bibbia mazarina), stampata a Magonza intorno al 1455.

La nuova arte si diffuse rapidamente in varie città della Germania e in Italia. Il primato italiano spetta a Subiaco con il De oratore di Cicerone stampato nel 1465.

Nel secolo XV furono attive nella penisola italiana oltre cinquecento tipografie. I libri stampati tra il 1455 e il 1500 sono circa trentacinquemila e si chiamano incunaboli (nome che indica l’idea di stampa in culla: “Wiegendrucke”). Gli incunaboli riproducono alcune delle caratteristiche esterne dei manoscritti: inizialmente ne imitano i caratteri, sono ornati spesso da miniature e mancano di frontespizio. Si aprono con la lettera di dedica, con l’indice dei capitoli o direttamente con il testo, generalmente preceduto dalle formule incoative consuete dei manoscritti (incipit, incomincia e simili). Anche la numerazione è spesso assente e l’ordine dei fogli viene contrassegnato da richiami alla fine pagina, a destra in basso (le segnature) e da un registro finale delle segnature.

La numerazione a carte degli stampati fu introdotta nel 1470 da Giovanni Spira e quella a pagine inizia nel secolo XVI.

Dal Cinquecento all’Ottocento, il libro si evolve lentamente nella tecnica della propria produzione e figurazione, liberandosi definitivamente della soggezione al manoscritto.

La civiltà del Rinascimento è legata all’enorme diffusione della stampa, soprattutto in Italia dove si pubblicano libri di ogni disciplina e di ogni lingua spesso ornati da silografie o da acqueforti.

Nel Seicento compaiono le prime officine che creano matrici in serie da distribuire ai vari tipografi. I libri di questo periodo sono caratterizzati da materiale (carte e inchiostri) di scarsa qualità, dalla pesantezza dei frontespizi che contengono notizie relative all’autore, all’opera e al dedicatario.

La tipografia torna a rinnovato prestigio nel Settecento: i caratteri sono più nitidi, l’ornamentazione si riduce e valenti pittori e incisori abbelliscono con la loro arte alcuni tra i più bei libri che siano mai stati prodotti.

Nell’Ottocento ha luogo, in Germania, in Inghilterra e, successivamente, in Italia, una vera e propria rivoluzione tecnica del libro. Vengono, infatti, inventati i torchi meccanici e le macchine compositrici. Cominciano così ad apparire le grandi collezioni e ha inizio, nella seconda metà del secolo, la diffusione popolare della stampa. Verso la fine del secolo XX, infine, i torchi meccanici vengono progressivamente sostituiti da quelli elettrici, consentendo una accelerazione dei ritmi di stampa.

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4.1.3.      Conservazione delle fonti 

Le biblioteche e gli archivi sono i luoghi di conservazione delle scritture su carta.

La biblioteca è il luogo in cui  trovano in prevalenza collocazione le fonti edite, le fonti inedite e quelle cronachistiche (manoscritti, fondi ecclesiastici, fondi privati, bibliografie speciali, stampa di varia natura, cataloghi, inventari), mentre le fonti documentarie sono tendenzialmente concentrate presso gli archivi (archivi di stato, comunali, ecclesiastici, di famiglie, parrocchiali, vaticani). I documenti scritti su materiale facilmente deperibile, papiro o pergamena, in genere non hanno resistito al tempo. Attualmente, però, è possibile ricostruire testi in pessimo stato di conservazione, attraverso la lettura con il microscopio elettronico.

Molto più abbondanti sono i testi scolpiti su materiale durevole come pietra, metallo e terracotta. A questo proposito si pone il problema del rapporto dello storico che fa ricerca con altre discipline come l’epigrafia (necessaria a tradurre e interpretare correttamente le iscrizioni); la numismatica, che occupandosi di monete fornisce indirettamente informazioni sul grado di sviluppo dell’economia e su altri aspetti della società.

Per le epoche più vicine a noi si può ricorrere al contributo di altre discipline quali, ad esempio, la statistica, l’economia, la demografia e l’elenco potrebbe continuare ancora per avvalorare l’idea della complessità e del rigore con cui deve essere condotta una approfondita indagine storica[12].

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4.1.3.1.     Gli archivi e le biblioteche

Gli archivi nascono con l’organizzazione stessa del vivere sociale delle cui istituzioni raccolgono il sedimento scritto. Esistono, quindi, archivi di famiglia, di comuni, di stati, di confraternite, di imprese commerciali, caratterizzati dall’assoluto predominio di pezzi unici, consistenti spesso in una carta a sé stante (testamenti, contratti, lettere, ecc.) o in registri.

Alla biblioteca spetta, invece, il libro vero e proprio, contenitore di opere letterarie, scientifiche, giuridiche, religiose. Questa opposizione ha una sua validità sia storica sia funzionale[13] anche se è stata eccessiva la separazione vigente fino al 1974 per cui gli archivi dipendevano dal Ministero degli Interni e le biblioteche statali da quello della Pubblica Istruzione. Attualmente le due istituzioni dipendono dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali.

La divisione nel passato, tuttavia, non è stata sempre così rigida poiché l’Italia preunitaria è stata a lungo e variamente policentrica, sia dal punto di vista della partizione territoriale, sia per il coesistere frequente entro la cerchia delle stesse mura di un potere pubblico e di paralleli potentati familiari, ecclesiastici e corporativi, una miriade di organismi, cioè, in grado di produrre archivi e biblioteche. Per questa ragione, in Italia, il materiale documentario è il doppio di quello conservato in tutto il resto d’Europa, pur limitando il calcolo ai soli archivi di Stato.

Gli archivi privati ecclesiastici sono stati sottratti alla vigilanza dello Stato con l’articolo 30 del Concordato stipulato nel 1929 tra l’Italia e la Santa Sede.

Gli Archivi di Stato italiani sono uno per ogni capoluogo di provincia, con eventuali sezioni distaccate[14]. Si arricchiscono continuamente di quanto, per legge, deve esservi depositato da enti pubblici e delle donazioni e depositi di archivi privati[15]. Si tratta di materiale liberamente consultabile, salvo alcune eccezioni: quelli di carattere riservato relativi alla politica estera o interna dello Stato, che divengono consultabili cinquanta anni dopo la loro data, e quelli riservati relativi a situazioni private di persone, che divengono consultabili dopo settanta anni[16]. Ai fini della ricerca è importante sapere che si conservano in varia misura gli archivi di Stato preunitari[17].

Una miniera preziosa e faticosa si rivelano per l’età moderna e contemporanea i numerosi registri di notai[18]. Una fonte faticosa innanzitutto per il numero degli atti, la sistemazione cronologica e per nomi, abitualmente senza partizioni per materie, la necessità iniziale di una esplorazione a tappeto. Queste testimonianze, che dal Medioevo si trasformano per lo storico da rara testimonianza ad apporto sistematico per ricerca di fenomeni di varia natura e dimensione, diventano un complemento indispensabile alle raccolte cronistiche ed annalistiche, ai regesti e ad altri atti pubblici[19].

Occupiamoci ora delle biblioteche[20]; nella realtà italiana, esse sono caratterizzate da un’alta frammentazione e disomogeneità sia come distribuzione geografica, sia come assetto organizzativo ed istituzionale. Da quest’ultimo punto di vista, le due grandi istituzioni cui afferiscono il maggior numero di biblioteche sono:

Possono ancora essere elencate le seguenti categorie di biblioteche:

Passando al materiale documentario posseduto, si deve innanzi tutto ricordare che la biblioteca Nazionale Centrale di Roma e quella di Firenze sono le sole abilitate all’esercizio del diritto di stampa, cioè a ricevere un esemplare di ogni pubblicazione effettuata entro il territorio italiano. Lo stesso diritto si applica per quanto prodotto nel territorio di ciascuna provincia a favore della locale biblioteca pubblica (statale, comunale, provinciale) appositamente designata. La Nazionale di Firenze è l’unica biblioteca italiana che rientra nella decina di biblioteche europee ricche di un numero di volumi tra i tre e i dieci milioni[21].

A seconda della loro storia particolare le biblioteche si presentano ben differenziate rispetto ai fondi antichi perché si va da quelle di origine monastica alle biblioteche del principe o di singoli privati. Inoltre all’interno di istituzioni attualmente unitarie si conservano blocchi di diversa origine. La Biblioteca Apostolica Vaticana è ricca di collezioni imponenti composte da vari fondi in cui i manoscritti sono divisi in tre sezioni, a seconda del tipo di scrittura impiegata: latina, greca o orientale[22].

La continuità tra antiche e moderne biblioteche è un fatto di grandissima importanza dal punto di vista della storia della cultura anche se pone complessi problemi nelle strategie di ricerca, richiedendo approfondimenti storici di elevata competenza. Rispetto a ciò che è rimasto integro, in Italia molto è andato distrutto, disperso, svenduto o è finito in pubbliche biblioteche straniere manu militari, soprattutto tra il Cinquecento e l’Ottocento.

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4.1.4.      La trasmissione delle fonti 

In questa sede ci si occuperà delle sole fonti scritte, poiché le fonti orali hanno specifici problemi e metodi solo in parte affini. E’ utile precisare che spesso uno stesso testo deriva da fasi orali latenti, capaci di spiegare determinate caratteristiche della più tarda testimonianza scritta e che la dettatura, nel passato, era un mezzo per aumentare la produzione di manoscritti di opere molto richieste.

Il concetto di originale, nel senso di testo autentico esprimente la volontà dell’autore, è uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo[23].

Il testo originale può essere scritto dall’autore (autografo) o sotto sua sorveglianza (idiografo), oppure può essere un’edizione a stampa approvata.

Dall’originale derivano le copie, termine con il quale si designano sia quelle tratte direttamente dall’originale, sia le copie tratte da altre copie. L’apografo è la prima copia derivata dall’originale mentre il termine antigrafo designa la copia che serve da modello per altre copie.

Quando l’originale è andato perduto e il testo è conservato da una o più copie, manoscritte o a stampa, si parla di testimoni, perché offrono una testimonianza sul testo prodotto dall’autore. Nel loro insieme i testimoni costituiscono la tradizione del testo, in quanto sono i mezzi che l’hanno trasmessa.

In filologia, il termine lezione designa un passo del testo tramandato da un determinato testimone.

Accanto alla tradizione diretta, che riguarda un testo in quanto tale, esiste la tradizione indiretta, costituita da eventuali traduzioni o da citazioni all’interno di un altro testo.

Per particolari vicende un singolo testimone, o anche un originale, può risultare da parti materialmente separate e talvolta anche divise tra diverse biblioteche. Ciò accade, ad esempio, quando un manoscritto, in genere voluminoso, è stato smembrato e i pezzi hanno avuto ciascuno un suo destino.

Originale, manoscritto e autografo non sono sinonimi. Esistono originali non autografi e, raramente, anche autografi non originali, in cui cioè l’autore è copista della propria opera.

In linea di massima c’è differenza tra un originale autografo e una stampa originale, perché quest’ultima, per quanto sorvegliata e autorizzata, è soggetta a tutti gli inconvenienti delle copie meccaniche.

La quantità dei testimoni conservati dipende da un intreccio di circostanze che occorre di volta in volta valutare.

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4.1.4.1.     Errori e varianti

L’atto manuale della scrittura è soggetto a diverse forme di imperfezione, soprattutto se si sta copiando. Per cui è frequente incorrere in parole scritte in modo impreciso a causa, ad esempio di aplografia (statale ridotto a stale), dittografia (sperare diventa sperperare), omissione di segni diacritici (accenti, apostrofi, punteggiatura) [24]. Tra i vari errori possibili, alcuni sono evidenti, altri sono subdoli, perché le parole sostituite hanno senso e si inseriscono bene nel contesto. Soprattutto la tradizione a testimone unico comporta il rischio che passino inosservate le alterazioni di copista la cui erroneità non sia evidente.

La qualità della copia è spesso condizionata in modo decisivo dal tipo di scrittura del modello, dal rapporto tra la lingua del copista e quella del testo, nonché da altri elementi imponderabili.

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[1] Benedetto Croce, ad esempio, criticava recisamente la possibilità teorica di una ripartizione delle fonti in generi diversi e faceva convergere nel concetto di “documento” qualsiasi tipo di testimonianza: vd. Croce B., Teoria e storia della storiografia, Bari, 1927, p. 13.

[2] Thucydides, La guerra del Peloponneso, Milano, 1952, 3°ed., 2 voll.

[3] cfr. all’interno di questo capitolo il par. 4.2.3.3.

[4] Chabot F., Lezioni di metodo storico, Roma-Bari, 1995, pp. 58-59.

[5] Chabot F., Lezioni di metodo storico Roma-Bari, 1995, p. 60.

[6] Vianello N., La citazione di opere a stampa e manoscritti, Firenze, 1982, 2° rist., p. 7.

[7] Fumagalli G., Vocabolario bibliografico, Firenze, 1940, p. 81. Per ulteriori approfondimenti è utile Loeffler K., Kirchner J., Lexikon des gesamten Buchwesens, Leipzig, 1936-1937, voll. 3

[8] Per ulteriori approfondimenti cfr. Arneudo G.I., Dizionario esegetico tecnico e storico per le arti grafiche, Torino, 1925, voll. 3

[9] Questi argomenti sono oggetto di studio della codicologia. Per approfondimenti si fa rifierimento a: Gilissen L., Prolègomènes à la codicologie. Recherches sur la construction des cahiers et la mise en page des manuscrits mèdièvaux, Gand, 1977; Bozzolo C., Ornato E., Pour une histoire du livre manuscrit au Moyen Age. Trois essais de codicologie quantitative, Paris, 1983.

[10] Il sistema di abbreviazioni nelle scritture antiche era in origine funzionale alle esigenze di riparmiare carta (e soprattutto pergamamena) e di scrivere più speditamente. Continua ad essere usato a lungo anche nelle stampe. Cfr. il repertorio di Cappelli A, Dizianario di abbreviature latine ed italiane, Milano, 1985 (ristampa anastatica del l’ed. 1929); Schaiparelli L., Avviamento allo studio delle abbreviature latine nel Medioevo, Firenze, 1957 (ristampa anastatica dell’ed. 1926; Loach Bramanti K., Note sulle abbreviature rinascimentali: studi nell’archivio Buonarroti, in “Studi di grammatica italiana”, IX, 1980, pp. 183-219.

[11] La scienza paleografica, per l’alfabeto latino, risale a Saint-Maur Jean Mabillon, De re diplomatica libri VI, Parigi, 1681, dove lo studio della scrittura è strumento per valutare l’autenticità dei documenti (diplomata). Cfr. all’interno di questo capitolo il paragrafo 4.3.1.1.

[12] Caracciolo A., L’unità del lavoro storico: note di ricerca, Napoli, 1967.

[13] cfr. Campana A., Indagine sui beni librari e archivistici, in Per la salvezza dei beni culturali in Italia, Roma, Colombo, 1967, pp. 569-672 e Della Peruta F., Biblioteche e archivi. Guida alla consultazione, Milano, Angeli, 1985.

[14] D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409

[15] Riguardo la tipologia di archivi e la distinzione tra i soggetti che li producono vd. Carucci P., Tipologia di archivi, in Gli archivi per la storia contemporanea: organizzazione e funzione. Atti del seminario di studi di Mondovì 23-25 febbraio 1984. Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, n. 53, Roma, 1986, pp. 71-90.

[16] D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409 art. 21

[17]Utili al riguardo:  Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Guida generale degli Archivi di Stato italiani, Roma, 1981-86, 4 voll.; Zanni Rosiello I., Archivi e memoria storica, Bologna, Il Mulino, 1987

[18] Caracciolo A., L’unità del lavoro storico: note di ricerca, Napoli, 1967, p.119.

[19] Per orientamenti su questo filone di ricerca cfr. le indicazioni fornite in appendice.

[20]Metitieri F. e Ridi R., Biblioteche in Rete. Istruzioni per l'uso. Roma-Bari, Laterza, 2002 (e successive edizioni; vedi F.1. in Appendice), p. 21 e seg. Online: <http://www.laterza.it/bibliotecheinrete/Cap01/Cap01_06.htm>.

[21] Serrai A., La biblioteconomia, Firenze, Sansoni, 1981, p. 27.

[22] La storia recente della  Biblioteca Apostolica Vaticana in relazione anche alla contemporanea vicenda della Biblioteca Nazionale di Roma è esposta in Petrucci A., I luoghi della ricerca. Archivi e biblioteche, in “Archivio della Società romana di storia patria”, C (1977), pp. 177-191.

[23] Avalle A.S., Principi di critica testuale, Padova, Antenore, 1978, p. 33.

[24] Per approfondimenti sul tema cfr. Fromkin V.A. (a cura di), Errors in Linguistic Performance. Slips of the Tongue, Ear, Pen and Hand, New York, 1980; Timpanaro S., Il lapsus freudiano. Psicoanalisi e critica testuale, Firenze, 1974, capp. I-VI.

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